La Corte di Cassazione in tema di HCV: il nesso causale nella contrazione deve essere provato dal danneggiato.

“Il nesso causale nella contrazione dell’epatite cronica HCV, a seguito di emotrasfusioni, deve essere provato dal danneggiato, ma si tratta di una prova che può essere caratterizzata da meccanismi di tipo presuntivo”.
La Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31498/18, accogliendo un ricorso proposto dall’Avv. Giuseppe Aulino, ha affermato questo importante principio di diritto in materia di riconoscimento dell’indennizzo previsto dalla Legge n. 210/92.
Infatti, anche se il controllo della Corte di Legittimità non può riguardare il convincimento del Giudice del merito, tuttavia la Suprema Corte può valutare la congruità e la logicità della motivazione.
La Corte di Cassazione, nell’ordinanza in commento, ha precisato che incorre in tale vizio il Giudice di merito che non compie un esame organico e complessivo degli elementi di fatto esistenti e della loro rilevanza; secondo la Corte, si finirebbe per negare il nesso di causalità, pur in presenza di un accertamento scientifico del contagio per via parenterale, escludendo tale genesi patologica solo per la bassa percentuale dei portatori del virus C tra i donatori di sangue, ammettendo invece che gli stessi all’epoca dei fatti non erano sottoposti a controlli preventivi.
Pertanto, la Suprema Corte ha cassato la decisione del Giudice di merito, con rinvio alla Corte di Appello di Napoli in altra composizione.
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Tribunale Napoli, a 29 anni non è più dovuto l’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne.

Il Tribunale di Napoli, con decreto n. 4868/2018 del 06/07/2018, ha accolto
la domanda di revoca dell’assegno di mantenimento stabilito, in sede di divorzio, in favore del figlio maggiorenne, di 29 anni, non economicamente autosufficiente a carico del padre, patrocinato dagli avv.ti Giuseppe Aulino e Livia Aulino.
Il Tribunale di Napoli ha sancito il principio di diritto per cui, in tema di assegno di mantenimento di figli maggiorenni ma non economicamente autosufficienti, è necessario non solo verificare che il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio, ma occorre altresì una valutazione circa la sua età; in particolare, il Tribunale ha ritenuto che a 29 anni risulta ormai prossima l’operatività di un principio di generale autoresponsabilità che incombe sul figlio maggiorenne, non potendo pretendere la
protrazione dell’obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, atteso che l’ “obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione”.

I Rimedi contro l’inadempimento degli obblighi di assistenza familiare.

Il presente articolo è volto ad affrontare la tematica degli obblighi di assistenza familiare e dei rimedi predisposti dall’ordinamento italiano per la loro attuazione in caso di inadempimento da parte del genitore. Intendiamo riferirci, in particolare, all’attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non fare ex artt. 612 e 614 bis c.p.c., e al ricorso ex art. 709 ter c.p.c. con la contestuale istanza di il ripristino immediato dei rapporti genitore – figli.

Si tratta di strumenti di recente introduzione, che il legislatore ha introdotto per porre rimedio agli inadempimenti di carattere economico e di carattere morale, relativi al rapporto affettivo tra i genitori e la prole.

Per un ulteriore approfondimento cliccare sul link di seguito dell’articolo pubblicato dalla rivista Familia.

http://www.rivistafamilia.it/wp-content/uploads/2016/05/I-RIMEDI-CONTRO-LINADEMPIMENTO-DEGLI-OBBLIGHI-DI-ASSISTENZA-FAMILIARE_Avv.-Aulino.pdf

 

 

TAR CAMPANIA: IL PERICOLO PER LA SALUTE GIUSTIFICA LA DISATTIVAZIONE DELL’IMPIANTO A BANDA LARGA

Una vittoria importante di un gruppo di ricorrenti assistiti dagli avvocati Giuseppe Aulino ed Elio Errichiello, che hanno ottenuto un provvedimento di disattivazione dell’impianto radioelettrico a banda larga di un noto colosso delle telecomunicazioni, una pronuncia che segna un passo importante nella giurisprudenza in campo di onde elettromagnetiche ed elettrosmog.

In una ordinanza del Tar Campania pubblicata il 21 marzo, il Giudice amministrativo ha richiamato alcuni principi importanti in tema di impianti radioelettrici, materia disciplinata dalla normativa speciale di cui al d.lgs. n. 259 del 2003 (Codice delle comunicazioni), e fissato anche un importante criterio guida per la giurisprudenza.

I ricorrenti avevano impugnato il silenzio assenso formatosi su un’istanza di autorizzazione alla costruzione di impianto radioelettrico ai sensi del d.lgs. n. 259 del 2003 presentata da una nota società di telecomunicazioni. La costruzione, approvata per silenzio dall’Amministrazione, è stata effettuata su un lastrico solare in zona urbana densamente abitata e con numerosi casi accertati di patologie tumorali nella cittadinanza locale.

Anzitutto, il Tar ha messo in luce che “sussiste la legittimazione dei ricorrenti in quanto residenti nelle abitazioni vicine all’impianto di telecomunicazione”. Sul punto quindi, è valsa la tesi secondo cui il titolo di proprietà non è l’unico legittimante all’impugnazione dell’autorizzazione alla costruzione di impianto radioelettrico.  Infatti, come attestato nei precedenti giurisprudenziali, “in materia di minacce alla salute pubblica o all’ambiente, va riconosciuta in linea di principio l’esigenza di autonoma protezione delle persone che vivono nell’area interessata dalla fonte di pericolo” (T.A.R. Piemonte Torino Sez. I, 16/06/2011, n. 635),

Tra i numerosi vizi di legittimità che hanno costellato la procedura di autorizzazione impugnata, riguardanti disparati profili di diritto, il Tar ha evidenziato in particolare che “non risulta che all’istanza sia stata data adeguata pubblicità, come previsto dall’art. 87, comma 4 D.lgs. 259/2003”. Sul punto è valso quanto affermato nella famosa sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI, 18/04/2005, n. 1773, secondo cui “della proposizione dell’istanza relativa alla installazione di una stazione radio base per la telefonia mobile debba essere data notizia alla popolazione locale, mediante formalità diverse dalla mera sua acquisizione e visibilità interna presso gli uffici comunali, quale l’affissione all’albo pretorio”. Ossia l’annullamento dell’autorizzazione, secondo il Consiglio di Stato, consegue non solo all’omissione di ogni forma di pubblicità (come avvenuto nel caso di specie), ma anche quando l’obbligo sia soddisfatto in modo meramente formale, poiché “La mera pubblicazione sull’albo pretorio della richiesta di installazione di impianti radio base, ex art. 87 d.lg. n. 259 del 2003, non soddisfa le formalità richiesto dal comma 4”.

Infine, e qui sta il passaggio forse più interessante dell’ordinanza, il Giudice amministrativo ha riconosciuto il periculum in mora insito nell’esposizione dei ricorrenti alle onde elettromagnetiche dell’antenna a banda larga. Infatti, nell’ordinanza si legge che “in tema di periculum in mora, vengono evidenziate potenziali minacce per il diritto alla salute dei ricorrenti”, sulla base delle perizie mediche prodotte e dell’ampia documentazione che attesta la presenza di diffuse patologie, anche di tipo tumorale, nonché della presenza di pazienti con apparecchi elettromedicali (pacemaker) che possono essere sensibili all’esposizione ad onde radio.

E’ un passaggio particolarmente rilevante visto che gli studi medici in materia non sono ancora sviluppati, e non si è raggiunta la certezza scientifica assoluta circa la dannosità e pericolosità delle onde elettromagnetiche emesse da impianti radioelettrici, sebbene vi siano evidenze che dimostrano la cancerogenicità delle onde elettromagnetiche (infatti l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – IARC – ha classificato i campi elettromagnetici come cancerogeni di gruppo 2B).

Sul punto, la difesa dei ricorrenti ha insistito sul fatto che in caso di tutela di un bene primario come quello della salute, tutelato dall’art. 32 della Costituzione, l’incertezza delle conoscenze scientifiche non può che deporre in favore dell’adozione del principio di precauzione. Sono stati comunque citati numerosi recenti studi scientifici che depongono nel segno di una generale dannosità delle onde elettromagnetiche, sia direttamente per degenerazione delle cellule umane, sia per le interferenze con apparecchi di sostegno vitale come i pacemaker.

La percezione del rischio in materia di elettrosmog non può prescindere dai precedenti come, ad esempio, il precedente amianto. L’amianto, com’è noto, venne ampiamente utilizzato nelle costruzioni civili soprattutto a partire dal dopoguerra; quando però, a causa del verificarsi di numerosi casi di tumore fra gli addetti alle lavorazioni con amianto, sorsero dubbi sulla sua salubrità, vennero immediatamente condotti diversi studi che ne evidenziarono la cancerogenicità. Ma ci vollero quaranta anni perché il legislatore in Italia (come altrove) intervenisse proibendo l’impiego delle fibre d’amianto con la 1. 27 marzo 1992 n. 257. Se per l’amianto la cancerogenicità risultò conclamata soltanto dopo molti anni di ricerca, nel caso delle onde elettromagnetiche, fenomeno storicamente recente, dove la scienza ha già attestato una evidenza di verosimile cancerogenicità (US EPA, Rapporto 600, 1984), appare improcrastinabile l’esigenza di offrire una tutela a chi, soprattutto i minori, rischia di essere irrimediabilmente danneggiato nei beni più preziosi, la vita e la salute,  per le incertezze della scienza e le lungaggini del legislatore.

L’individuazione del punto di equilibrio che determini il miglior grado di protezione in rapporto alla valutazione dell’incertezza è un compito che spetta al Giudice, e nel caso di specie, la recentissima ordinanza del Tar Campania riesce a trovare il giusto punto di equilibrio tra interessi economici e rischi per la salute e l’ambiente, offrendo finalmente una giusta tutela al bene fondamentale della salute umana, anche a discapito dell’incertezza dello stato delle attuali conoscenze scientifiche, sancendo che le immissioni promanabili dall’impianto a banda larga possono comportare elementi di concreto rischio per la salute di coloro che vivono nelle sue immediate vicinanze.

Il minore ed i rapporti con i parenti

Anche a seguito di crisi coniugali solitamente i figli riescono a mantenere regolari contatti con i parenti di entrambi i rami genitoriali.

I parenti ed in particolare i nonni, spesso svolgono importanti funzioni di supporto alla famiglia.

La giurisprudenza minorile, da tempo, aveva inquadrato nell’ambito delle condotte rilevanti ex art. 333 c.c., in quanto contrastanti con il corretto esercizio della potestà, i comportamenti di quei genitori che senza giustificato motivo avessero impedito o ostacolato i rapporti dei figli con i parenti, in particolare i nonni.

La giurisprudenza aveva così affermato che pur non essendo configurabile un diritto dei parenti ad una relazione con il minore, sarebbe stato interesse di quest’ultimo instaurare o mantenere quella relazione come fattore importante in un sereno sviluppo della personalità.

Oggi, alla luce del nuovo art. 315 bis, 2° co., introdotto con la legge n° 219/2012, sussiste un vero e proprio diritto soggettivo del minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti.

Il diritto di mantenere rapporti significativi con i parenti va letto alla luce nel nuovo art. 74, che estende il vincolo di parentela anche al caso in cui la filiazione è avvenuta fuori dal matrimonio. Tale diritto sussisteva già prima della riforma, come si poteva desumere dall’art. 155, 1° co., c.c. il quale prevedeva che in caso di separazione, divorzio, nullità del matrimonio, o cessazione della convivenza tra i genitori non coniugati, il figlio minore ha il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti, i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Il contenuto dell’art. 155, 1° co., c.c., è ora stato trasferito nell’art. 337 ter, 1° co.,

A proposito del diritto del figlio minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, questa disposizione affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata.

La disposizione non consente di ravvisare diritti relativi all’oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel giudizio di separazione che possano legittimare un intervento autonomo o litisconsortile dei nonni o altri familiari, ai sensi dell’art. 105, 1° co., c.p.c., ovvero un interesse degli stessi a sostenere le ragioni di una delle parti, idoneo a fondare un intervento ad adiuvandum, ai sensi dell’art. 105, 2° co., c.p.c.; pertanto gli ascendenti ed i parenti hanno solo la legittimazione a sollecitare un controllo, ex art. 336 c.c., sul corretto esercizio della potestà da parte del genitore che impedisce loro di frequentare il figlio.

Per cui i nonni sono legittimati a rivolgersi al tribunale per i minori chiedendo nei confronti dei genitori che impediscano loro di incontrare i nipoti, l’adozione di provvedimenti ex art. 333 c.c. che consentano l’instaurazione di un rapporto sereno ed equilibrato con i nipoti medesimi.

Un’altra norma che riprende l’argomento è l’art 317 bis, c.c. che è stato introdotto con la legge n° 219/2013.

Il nuovo testo della norma è rubricato <<rapporti con gli ascendenti>> e sancisce il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni.

Si evidenzia come il legislatore abbia riconosciuto agli ascendenti un vero e proprio diritto soggettivo al mantenimento dei rapporti con i nipoti, per cui non si tratta più di un semplice interesse che poteva trovare tutela in sede giudiziale solo se corrispondente all’interesse del minore.

Il secondo comma del nuovo art. 317 bis legittima espressamente l’ascendente al quale sia impedito l’esercizio del diritto di cui al primo comma a ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinchè siano adottati i provvedimenti più idonei nell’interesse esclusivo del minore stesso.

Il 3° co. dell’art. 315 bis riconosce il diritto del minore che abbia compiuto dodici anni, ed anche di età inferiore, ove capace di discernimento, ad essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Ciò a fronte delle sopravvenute importantissime Convenzioni di New York del 20 novembre 1989 ratificata con l. 176/1991 e di Strasburgo del 1996 ratificata con l. 77/2003; in esse si stabilisce da un lato il diritto del fanciullo, capace di discernimento, di esprimere liberamente la propria opinione su ciò che lo riguarda, e conseguentemente, gli si riconosce il diritto di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, dall’altro è previsto come obiettivo primario, la promozione dei diritti del fanciullo e l’agevolazione dell’esercizio dei medesimi.

L’ascolto del minore viene quindi concepito semplicemente come uno strumento attraverso cui è possibile esercitare il fondamentale diritto del minore di manifestare le sue opinioni sulle questioni che lo riguardano.

In linea di principio deve ritenersi che il minore abbia sempre il diritto di esprimere la sua opinione in merito alle questioni riguardanti la sua sfera personale o patrimoniale che si prestino ad essere qualificate come questioni di particolare importanza ex art. 316 c.c., o che si riferiscano ad atti di straordinaria amministrazione ex art. 320 c.c.

Naturalmente il minore deve essere informato preventivamente e compiutamente dai genitori in merito ai termini e alla natura della questione che lo riguarda, nonché in merito alle possibili ripercussioni delle diverse decisioni suscettibili di essere adottate per risolverla: la sua opinione, infatti, è tanto più meritevole di essere presa in considerazione quanto maggiore risultino il grado di colpevolezza e il bagaglio di informazioni su cui si sorregge.

Dunque l’ascolto del minore non dovrebbe rappresentare una facoltà per il giudice ma un vero e proprio obbligo come risulta sia dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo cui la mancata effettuazione dell’ascolto da parte del giudice costituisce violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo, ma anche dalla previsione normativa che assume carattere impositivo con riferimento all’ascolto, le cui modalità sono oggi disciplinate all’art. 336 bis c.c.

Questa norma è stata inserita dall’art. 53 del d. lgs. 154/2013.

Il primo comma esclude che l’autorità giudiziaria sia tenuta a procedere all’ascolto del minore tutte le volte in cui l’ascolto risulti contrastante con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.

Il giudice può decidere di condurre l’ascolto avvalendosi di esperti ed ausiliari quando, in ragione delle peculiari caratteristiche del caso concreto, la competenza tecnico giudiziaria del magistrato abbisogni di essere supportata da un’assistenza specialistica qualificata, rendendo indispensabile il ricorso a competenze specializzate.

L’ascolto del minore deve essere documentato attraverso la redazione di un apposito processo verbale in cui deve essere descritto il contegno del minore nonché il contenuto delle dichiarazioni del minore attraverso l’effettuazione di un’apposita registrazione audio- video.

La disposizione non dice nulla in merito al rilievo che le opinioni espresse del minore sono destinate ad avere ai fini dell’assunzione della decisione. E’ chiaro che il giudice non sarà comunque vincolato alle dichiarazioni del minore che anche in buona fede potrebbe essere portato ad esprimere valutazioni parziali per una o per l’altra parte.download

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La separazione consensuale, il fondo patrimoniale e alternative al fondo

La separazione consensuale è lo strumento giuridico che permette ai coniugi di separarsi di comune accordo, avendo preventivamente stabilito insieme i diritti spettanti a ognuno riguardo il patrimonio, l’assegno di mantenimento per il coniuge più debole e i figli, l’affidamento della prole e l’assegnazione della casa coniugale.

Il d. l. n. 132/2014 ha introdotto due nuovi strumenti che rivoluzionano completamente la procedura di separazione e divorzio, con il fine di semplificare e gestire in tempi più brevi le modalità per mettere fine al matrimonio tra due persone o modificare le condizioni (di separazione e divorzio) già fissate in precedenza dal giudice.

Il primo strumento è offerto dall’art. 6 del decreto che al comma 1 prevede che i coniugi possano rivolgersi ad un legale per concludere una <<convenzione di negoziazione assistita>> al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Questo rappresenterebbe sicuramente il metodo più veloce per addivenire alla separazione consensuale.

Bisogna però ricordare che entrambe le procedure descritte valgono comunque solo: per chi decide di separarsi o divorziare consensualmente e per chi non ha figli minori, maggiorenni incapaci o economicamente non autosufficienti ovvero figli portatori di handicap grave.

Nel caso in cui ci siano figli minori, uno dei quali completamente inabile, si dovrà quindi seguire l’iter ordinario in tribunale.

Seguendo la procedura ordinaria di separazione, prima di tutto dovrà essere stipulato in privato trai coniugi, e con l’assistenza dell’avvocato, l’accordo, che per divenire efficace, dovrà essere omologato dal Tribunale con apposito provvedimento.

La procedura di separazione consensuale inizia con il deposito di un ricorso presso la Cancelleria del Tribunale ove almeno una delle parti ha la residenza o il domicilio. Il ricorso deve contenere tutti i termini dell’accordo raggiunto, e a questo vanno allegati tutti i documenti richiesti per la procedura vale a dire lo stato di famiglia,i certificati di residenza di entrambi i coniugi ed il certificato di matrimonio con le annotazioni marginali , nonché la richiesta di fissazione dell’udienza per la comparizione di entrambe le parti.

Entro cinque giorni dal ricevimento del ricorso il Presidente è tenuto a stabilire la data dell’udienza in cui esaminerà il caso.

L’organo competente potrà, così, formare il fascicolo d’ufficio.

Conclusi tali adempimenti, il Presidente del Tribunale fisserà l’udienza alla quale devono comparire personalmente i coniugi, principalmente allo scopo di tentare una conciliazione trai coniugi.

Il Presidente del Tribunale, a tal fine, ascolterà i due coniugi, prima separatamente e poi congiuntamente, ex articolo 708 c.p.c.; in questa sede, inoltre, il Presidente potrà adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti e da tale momento inizia a decorrere il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.

Nel caso in cui si raggiunga la conciliazione, viene redatto un apposito verbale e la procedura di separazione ha termine.

Nel caso, invece, le parti non raggiungano la conciliazione e persistano nella volontà di separarsi, il Presidente procederà dopo la camera di consiglio collegiale ,all’emanazione del decreto di omologazione delle condizioni indicate nel ricorso.

La separazione legale consensuale ex art.158 c.c. non ha effetto senza l’omologazione del giudice, la separazione di fatto, non omologata, non ha quindi rilevanza giuridica.

Il secondo punto della traccia ci chiede di soffermarci sullo scioglimento e sulla durata del fondo patrimoniale.

La destinazione del fondo, ai sensi dell’art. 171 c.c., termina a seguito dell’annullamento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Se vi sono figli minori, il fondo dura fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio. In tal caso il giudice può adottare su istanza di chi ne abbia interesse, norme per l’amministrazione del fondo.

La separazione personale dei coniugi non è causa di estinzione del fondo patrimoniale, perché non incide sul vincolo del matrimonio e di conseguenza sulla stabilità ed unità della famiglia, le cui esigenze devono continuare ad essere soddisfatte anche dopo la crisi coniugale.

La separazione coniugale opera come causa di scioglimento della comunione legale per ragioni che non possono valere con riguardo al fondo, perché, avendo tale patrimonio una natura tendenzialmente statica ed essendo destinato alla conservazione, gli atti di straordinaria amministrazione relativi ai beni costituiti in fondo, per il compimento dei quali i coniugi devono necessariamente trovare un accordo, sono evenienza non frequente.

Sembra quindi corretto affermare che l’utilità del fondo permanga anche in presenza di una crisi coniugale, potendo esso, rappresentare uno strumento idoneo a favore dei coniugi separati per mantenere il godimento del tenore di vita matrimoniale, senza per questo dover ricorrere alla liquidazione di un assegno di mantenimento.

In caso di divorzio e quindi di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la destinazione del fondo cesserà di esistere.

Nel caso di specie se per quel tempo i figli saranno ancora minori allora il fondo durerà fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio.

Il 3° co., poi stabilisce che considerate poi le condizioni economiche dei genitori e dei figli, il giudice potrà altresì attribuire ai figli in godimento o in proprietà l’appartamento oggetto del fondo.

La giurisprudenza, sul problema dell’ammissibilità dello scioglimento consensuale del fondo patrimoniale, ha assunto posizioni diverse: alcune sentenze hanno infatti negato l’ammissibilità dello scioglimento consensuale; altre sentenze hanno negato l’ammissibilità dello scioglimento consensuale solo se in presenza di figli minorenni.

Per vincolare l’appartamento, oggetto del fondo patrimoniale, e destinarlo ai figli in modo da garantire loro il supporto economico fino al raggiungimento dell’autonomia economica di Mevio e per tutta la vita di Sempronio, i genitori potrebbero recarsi da un notaio e costituire un atto di destinazione.

L’introduzione nel nostro ordinamento dell’articolo 2645 ter con la l. 23 febbraio 2006 n. 51, ha creato una nuova fattispecie negoziale, il cd. atto di destinazione.

Si tratta di un negozio giuridico il cui effetto essenziale è quello segregativo, di creare una separazione patrimoniale tra un bene che viene destinato alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela ed il restante patrimonio del titolare del bene stesso.

L’art. 2645 ter disciplina l’atto di destinazione come un atto in forma pubblica con cui beni immobili o mobili registrati sono destinati per un periodo di tempo non superiore a novant’anni, o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o altri enti o persone fisiche ai sensi dell’art. 1322,2°co.,c.c.

L’art. 2645 ter c.c., configura un istituto frutto di autonomia privata, conformemente all’articolo 1322, 2° co., c.c., riferibile al trust e, conferma la compatibilità del trust con l’ordinamento italiano se diretto a perseguire interessi meritevoli di tutela.

Gli interessi meritevoli di tutela debbono quindi rispondere a superiori interessi sociali, morali o di pubblica utilità; non possono essere interessi meramente lucrativi, egoistici e futili del soggetto disponente.

Alcune recenti pronunce costituite dalla sentenza del Tribunale di Brindisi del 28 Marzo 2011, da Tribunale di Napoli decreto V.G. del 07/03/2012, da Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Ordinanza del 20/03/2012 e da Tribunale di Reggio Emilia Decreto del 07/06/2012 hanno affrontato più di recente ed in modo più approfondito la questione delle differenze o delle analogie tra l’istituto del trust e dell’atto di destinazione.

Con la sentenza emessa dal Tribunale di Brindisi e poi anche nello stesso senso, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è sostenuto che si escludono delle differenze marginali tra i due istituti, costituite dalla limitazione dell’atto di destinazione previsto dall’articolo 2645 ter ai soli beni immobili e mobili registrati, non prevista per il trust, e la possibilità che nel trust siano nominati uno o più guardiani, figura questa non prevista, ma neanche vietata, per l’atto di destinazione, per il resto i due istituti tendono a coincidere quanto ai loro tratti salienti.

Tale affermazione non può più escludere il riconoscimento del trust interno.

Infatti, l’uno e l’altro istituto sono riconosciuti espressamente, sono diretti alla segregazione patrimoniale dei beni, non costituiscono un autonomo soggetto giuridico, sono consentiti dalla deroga patrimoniale prevista dal secondo comma dell’articolo 2740 c.c.

Più in particolare l’istituto ex articolo 2645 ter c.c. consente ad un soggetto di spogliarsi di uno o più beni non diversamente da quanto accade al settlor nell’ambito del trust.

Inoltre ex art. 2645 ter c.c. il disponente attribuisce la proprietà dei beni determinati non diversamente da quanto fa il settlor nei confronti del trustee.

Infine, la destinazione è vincolata dal disponente a fini determinati e socialmente utili allo stesso modo in cui il settlor vincola i beni alla realizzazione di un fine determinato, che necessariamente non sia in contrasto con i fini imposti dall’ordinamento.

Pertanto, con tale norma ha avuto ingresso nel nostro ordinamento l’Istituto del Trust interno.

Da diverso avviso invece è stato il Tribunale di Reggio Emilia che, con il Decreto del 07 Giugno 2012, ha ritenuto che i due istituti sono diversi per essenza, disciplina, funzione, e causa.

Infatti, secondo il Tribunale di Reggio Emilia la natura del trust risiede nell’affidamento, mentre nel vincolo si trova nella destinazione dei beni; la disciplina del vincolo non determina a carico del conferitario, che lo stesso assuma delle obbligazioni rispetto ai beneficiari (in quanto il soddisfacimento di questi è causato dai beni conferiti e non dalle attività gestorie svolte dal mandatario, nel trust invece il trustee deve adoperarsi per il raggiungimento della finalità o dello scopo non potendo restare inerte rispetto agli interessi dei beneficiari).

Diversa è la funzione in quanto il vincolo di destinazione d’uso costituito dall’articolo 2645 ter introduce un tipo di effetto negoziale e non un negozio traslativo atipico.

Allo stesso modo sono diverse la causa e la valutazione della medesima, così com’è diverso l’effetto del conferimento in quanto l’attribuzione al trustee non è mai definitiva ed è anzi strumentale all’esercizio del compito affidato, mentre il conferimento disciplinato dall’articolo 2645 ter determina una assegnazione definitiva.

Tale orientamento però non è condivisibile perché con una evidente forzatura logica propone differenze tra il trust ed il trust interno che invece non esistono.

Infatti, l’articolo 2645 ter introduce il vincolo di destinazione di uso di beni immobili o mobili registrati affidando gli stessi al conferente per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela.

In questo modo l’essenza del vincolo risiede nell’affidamento di beni con obbligo per il conferitario di perseguire l’interesse per il quale i beni sono stati conferiti, interesse che è realizzato concretamente attraverso un negozio traslativo (altrimenti non sarebbe necessaria la trascrizione).

Infine, sia nel trust che nel vincolo di destinazione l’affidamento è vincolato strumentalmente al compito affidato e non determina una assegnazione definitiva (ex art. 2645 ter, c.c.: “per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita del beneficiario”).

L’art. 2645 ter c.c. definisce conferente il soggetto che destina determinati beni alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, cioè il soggetto che crea il vincolo di destinazione, nel caso di specie i due genitori.

La norma dispone inoltre che beneficiari del vincolo di destinazione possono essere persone con disabilità, pubbliche amministrazioni, altri enti o persone fisiche.

Per quanto riguarda la struttura dell’atto di destinazione, la dottrina prevalente ritiene abbia una natura unilaterale.

L’ultima parte del suddetto articolo prevede che i beni destinati ed i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione della destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione solo per i debiti contratti per tale scopo.

Il notaio però prima di poter procedere alla stipulazione dell’atto di destinazione a favore dei due figli minori, trattandosi questo di un atto di straordinaria amministrazione, dovrà assicurarsi il consenso di entrambi i genitori esercenti la potestà i quali agiscono congiuntamente in nome e per conto del loro figlio minore, nonché l’autorizzazione del giudice tutelare, che deve essere richiesta altrettanto congiuntamente da parte di entrambi i genitori esercenti la potestà, ex art. 320 c.c.

Il ricorso con cui è adita l’Autorità giudiziaria deve essere infatti sottoscritto da entrambi i genitori.

L’intervento del giudice tutelare ha per scopo il controllo di merito sull’atto da compiere in relazione alla sua necessità o utilità evidente per il minore ed alla sua corrispondenza all’interesse dello stesso: l’autorizzazione può essere concessa soltanto se l’atto eccedente l’ordinaria amministrazione risulti necessario e/o evidentemente utile per il minore. L’autorizzazione deve necessariamente precedere il compimento dell’atto in quanto essa integra la legittimazione ad agire dei genitori esercenti la potestà.

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