Bando 350 posti di magistrato ordinario

Il ministro della Giustizia ha firmato il decreto ministeriale con il quale viene indetto un concorso, per esami, a 350 posti di magistrato ordinario e il bando e’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

L’esame consiste in una prova scritta ed in una prova orale.
La prova scritta consiste nello svolgimento di tre elaborati teorici vertenti su:
a) diritto civile;
b) diritto penale;
c) diritto amministrativo.
Per lo svolgimento di ciascun elaborato teorico i candidati hanno a disposizione 8 ore dalla dettatura della traccia.
La prova orale verte su:
a) diritto civile ed elementi fondamentali di diritto romano;
b) procedura civile;
c) diritto penale;
d) procedura penale;
e) diritto amministrativo, costituzionale e tributario;
f) diritto commerciale e fallimentare;
g) diritto del lavoro e della previdenza sociale;
h) diritto comunitario;
i) diritto internazionale pubblico e privato;
l) elementi di informatica giuridica e di ordinamento
giudiziario;
m) colloquio su una lingua straniera scelta fra le seguenti:
inglese, francese, spagnolo e tedesco.
La domanda di partecipazione al concorso deve essere inviata esclusivamente per via telematica, con le modalita’ di seguito indicate, entro il termine di 30 giorni decorrenti dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica – 4ª serie speciale «Concorsi ed esami», ovvero il 21 dicembre 2015. Il candidato deve collegarsi al sito internet del Ministero della Giustizia, www.giustizia.it, alla voce Strumenti/Concorsi, esami, assunzioni, per registrarsi.

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Convegno: LE UNIONI CIVILI;

La famiglia di fatto non costituisce nei paesi europei un problema così rilevante come in Italia.

Nel 1975 sarebbe stato impensabile parlare di questo tema all’interno della legge di riforma del diritto di famiglia. Il problema delle Unioni omosessuali va visto ancora oggi con un rapporto tra minoranza maggioranza, come una tutela della minoranza intesa come il <<diverso>>.

Gli accordi di convivenza riguardano sia le coppie omosessuali che eterosessuali. Sono state rilevate nel 2009, 6.866.000 famiglie <<non tradizionali>>, circa il 20% della popolazione italiana. 

Nel nostro ordinamento seppure non sussista una disciplina ad hoc per la convivenza, ne riscontriamo dei cenni in alcune norme, ma quali sono?

Si può riconoscere rilevanza giuridica alla convivenza more uxorio?

E’ possibile costituire accordi volti a regolare gli aspetti, in particolare quelli patrimoniali, della convivenza della coppia?

Si possono trascrivere in Italia matrimoni tra coppie omosessuali avvenuti all’estero? A cosa porterà il nuovo disegno di legge?

L’associazione <<Giuristi del Golfo>> ha organizzato un evento che si terrà il 25 novembre, ore 12:00 presso il Tribunale di Napoli, in cui si discuterà di tutti questi problemi ed altri ancora, attuali e reali in un ordinamento giuridico in cui il legislatore tace.

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CDS, trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero fra persone dello stesso sesso

REPUBBLICA ITALIANA – IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI STATO in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 4547 del 2015, proposto da:
Ministero dell’Interno, Prefetto di Roma, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi 12;
contro
Sindaco di Roma Capitale, rappresentato e difeso per legge dall’Rodolfo Murra, domiciliato in Roma, Via del Tempio di Giove N.21; -OMISSIS-., -OMISSIS-.-OMISSIS-rappresentati e difesi dagli avv. Mario Di Carlo, Luisa Torchia, Maria Stefania Masini, con domicilio eletto presso Maria Stefania Masini in Roma, Via Antonio Gramsci N.24;
per la riforma
della sentenza breve del T.A.R. LAZIO – ROMA: SEZIONE I TER n. 05924/2015, resa tra le parti, concernente trascrizioni nel registro dello stato civile di Roma Capitale dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Sindaco di Roma Capitale e di-OMISSIS-. e -OMISSIS-. -OMISSIS-
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Visto l’art. 52 D. Lgs. 30.06.2003 n. 196, commi 1 e 2;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 8 ottobre 2015 il Cons. Carlo Deodato e uditi per le parti gli avvocati Murra, Di Carlo, Torchia e dello Stato Ferrante Wally;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
Con la sentenza impugnata il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, dopo aver riconosciuto l’insussistenza di qualsivoglia diritto alla trascrizione negli atti dello stato civile di matrimoni tra coppie omosessuali celebrati all’estero (e, di conseguenza, la legittimità della circolare in data 7 ottobre 2014 con cui il Ministro dell’interno ne aveva stabilito l’intrascrivibilità in Italia), ha, nondimeno, giudicato illegittimi (annullandoli, in parziale accoglimento del ricorso di primo grado) l’impugnato provvedimento con cui il Prefetto di Roma aveva decretato l’annullamento delle trascrizioni dei matrimoni celebrati all’estero dai ricorrenti e la presupposta, menzionata circolare (nella parte in cui invitava i Prefetti ad annullare dette trascrizioni), sulla base dell’assorbente rilievo per cui la rettifica o la cancellazione degli atti dello stato civile resta riservata in via esclusiva all’autorità giudiziaria ordinaria.
Avverso la predetta decisione proponeva appello il Ministero dell’interno, contestando la correttezza del gravato giudizio di illegittimità, sulla base delle argomentazioni difensive di seguito illustrate ed esaminate, e domandandone la riforma, con conseguente reiezione del ricorso di primo grado.
Resistevano gli originari ricorrenti, contestando la fondatezza dell’appello, difendendo la correttezza del giudizio di illegittimità formulato dai giudici di prima istanza, impugnando, in via incidentale, la statuizione relativa alla illegittimità della trascrizione in Italia di matrimoni tra coppie omosessuali contratti all’estero (ed insistendo nel rivendicare il relativo diritto) e concludendo per la reiezione dell’appello principale del Ministero e per la parziale riforma della decisione impugnata, in accoglimento del proprio appello incidentale.
Resisteva anche Roma Capitale, contestando la fondatezza dell’appello del Ministero e concludendo per la sua reiezione.
Il ricorso veniva trattenuto in decisione alla pubblica udienza dell’8 ottobre 2015.
DIRITTO
1.- Come già rilevato in fatto, il Tribunale capitolino ha affermato la intrascrivibilità dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso, ma ha riconosciuto la illegittimità del provvedimento prefettizio di annullamento delle relative trascrizioni (e della presupposta circolare, nei limiti sopra precisati).
La decisione appellata si compone, quindi, di due distinti accertamenti: uno favorevole al Ministero dell’interno e uno favorevole ai ricorrenti (e al Sindaco di Roma).
Entrambe tali statuizioni sono state appellate: in via principale quella demolitoria del decreto prefettizio di annullamento della trascrizione; in via incidentale quella di accertamento dell’insussistenza di un diritto delle coppie omosessuali alla trascrizione nei registri dello stato civile dei loro matrimoni celebrati all’estero.
Il rispetto dell’ordine logico nella disamina delle censure ritualmente introdotte nel giudizio di appello impone di principiare dall’esame dell’appello incidentale, siccome afferente ad una questione (la trascrivibilità in Italia di matrimoni omosessuali contratti all’estero) logicamente antecedente rispetto a quella (il potere del Prefetto di annullare le loro trascrizioni in Italia) oggetto dell’appello principale.
2.- Mediante le censure articolate nell’appello incidentale gli originari ricorrenti reclamano, a ben vedere, il (o, meglio, l’affermazione del) diritto alla trascrizione in Italia di matrimoni omosessuali celebrati all’estero, insistendo, perciò, nel dedurre l’illegittimità della gravata circolare del Ministro dell’interno (là dove aveva impartito istruzioni impeditive di esse).
Così decifrata la domanda, occorre procedere a una preliminare (e sintetica) ricognizione dei principi e delle regole che governano la trascrizione degli atti di matrimonio formati in un altro Paese (e alla cui stregua dev’essere giudicata la fondatezza della pretesa sostanzialmente azionata dagli originari ricorrenti).
2.1- Gli artt.27 e 28 della legge 31 maggio 1995, n.218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) stabiliscono i presupposti di legalità del matrimonio (nei casi in cui alcuni elementi della fattispecie si riferiscano ad ordinamenti giuridici di diversi Stati), prevedendo, in particolare (e per quanto qui rileva) che le condizioni (soggettive) di validità “sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo…” (art.27) e che “il matrimonio è valido, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione o dalla legge nazionale di almeno uno dei coniugi…” (art.28).
L’art.115 del codice civile assoggetta, inoltre, espressamente i cittadini italiani all’applicazione delle disposizioni codicistiche che stabiliscono le condizioni necessarie per contrarre matrimonio (tale dovendosi intendere il rinvio alla sezione prima del terzo capo, del titolo sesto, del libro primo del codice civile), anche quando l’atto viene celebrato in un paese straniero.
La lettura combinata delle disposizioni citate, che disegnano un sistema regolatorio univoco circa l’identificazione degli elementi che condizionano la validità e l’efficacia del matrimonio tra cittadini italiani celebrato all’estero, esige l’enucleazione degli indefettibili requisiti sostanziali (quanto, segnatamente, allo stato ed alla capacità dei nubendi) che consentono al predetto atto di produrre, nell’ordinamento nazionale, i suoi effetti giuridici naturali.
E risulta agevole individuare la diversità di sesso dei nubendi quale la prima condizione di validità e di efficacia del matrimonio, secondo le regole codificate negli artt.107, 108, 143, 143 bis e 156 bis c.c. ed in coerenza con la concezione del matrimonio afferente alla millenaria tradizione giuridica e culturale dell’istituto, oltre che all’ordine naturale costantemente inteso e tradotto nel diritto positivo come legittimante la sola unione coniugale tra un uomo e una donna.
A prescindere, quindi, dalla catalogazione squisitamente dogmatica del vizio che affligge il matrimonio celebrato (all’estero) tra persone dello stesso sesso (che si rivela, ai fini della soluzione della questione controversa, del tutto ininfluente), deve concludersi che, secondo il sistema regolatorio di riferimento (per come dianzi riassunto), un atto siffatto risulta sprovvisto di un elemento essenziale (nella specie la diversità di sesso dei nubendi) ai fini della sua idoneità a produrre effetti giuridici nel nostro ordinamento (Cass. Civ., sez. I, 9 febbraio 2015, n.2400; sez. I, 15 marzo 2012, n.4184).
Che si tratti di atto radicalmente invalido (cioè nullo) o inesistente (che appare, tuttavia, la classificazione più appropriata, vertendosi in una situazione di un atto mancante di un elemento essenziale della sua stessa giuridica esistenza), il matrimonio omosessuale deve, infatti, intendersi incapace, nel vigente sistema di regole, di costituire tra le parti lo status giuridico proprio delle persone coniugate (con i diritti e gli obblighi connessi) proprio in quanto privo dell’indefettibile condizione della diversità di sesso dei nubendi, che il nostro ordinamento configura quale connotazione ontologica essenziale dell’atto di matrimonio.
2.2- Così riscontrata l’inattitudine del matrimonio omosessuale contratto all’estero da cittadini italiani di produrre qualsivoglia effetto giuridico in Italia, occorre esaminare il regime positivo della sua trascrivibilità negli atti dello stato civile.
Risulta, al riguardo, decisiva la previsione dell’art.64 del d.P.R. 3 novembre 2000, n.396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile) che, là dove cataloga (con un’elencazione tassativa) gli elementi e i contenuti (formali e sostanziali) prescritti per la trascrivibilità dell’atto di matrimonio, impone evidentemente (ancorché implicitamente) all’ufficiale dello stato civile il potere (rectius: il dovere) di controllarne la presenza, prima di procedere alla trascrizione dell’atto (da valersi quale atto dovuto, pur a fronte della sua natura dichiarativa, e non costitutiva, solo se ricorrono tutte le condizioni elencate nella predetta disposizione).
Ne consegue che il corretto esercizio della predetta potestà impedisce all’ufficiale dello stato civile la trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati all’estero, per il difetto della condizione relativa alla “dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie”, prevista dall’art.64, comma 1, lett. e), d.P.R. cit., quale condizione dell’atto di matrimonio trascrivibile (così come dall’art.16, d.P.R. cit., rubricato “Matrimonio celebrato all’estero”, che utilizza, evidentemente, la dizione “sposi” nell’unica accezione codicistica, codificata all’art.107 c.c., di marito e moglie).
Anche escludendo, quindi, l’applicabilità alla fattispecie considerata del fattore ostativo previsto all’art.18 d.P.R. cit. (non potendosi qualificare come contrario all’ordine pubblico il matrimonio tra persone dello stesso sesso), la trascrizione dell’atto in questione deve intendersi preclusa proprio dal difetto di uno degli indispensabili contenuti dell’atto di matrimonio trascrivibile (e la cui verifica preliminare deve ritenersi compresa nei doverosi adempimenti affidati all’ufficiale dello stato civile).
2.3- Una volta accertata l’inesistenza, alla stregua dell’ordinamento positivo, di un diritto alla trascrizione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero (e, quindi, la legittimità della circolare del Ministro dell’interno che la vieta), occorre verificare se il titolo rivendicato dagli originari ricorrenti possa essere affermato in esito ad un’operazione ermeneutica imposta dal rispetto di principi costituzionali o enunciati in convenzioni internazionali.
Gli appellanti incidentali sostengono, infatti, che il rispetto dei diritti e delle libertà sanciti in atti europei o in trattati internazionali ovvero riconosciuti da decisioni di organi di giustizia sovranazionali vincolino i giudici nazionali, ai sensi dell’art.117, primo comma, Cost., a una lettura dell’apparato regolatorio ut supra riassunto, nel senso di ammettere la trascrizione in Italia di matrimoni tra coppie omosessuali celebrati all’estero.
2.4.- La compatibilità del divieto, in Italia, di matrimoni tra persone dello stesso sesso (e, quindi, si aggiunga, come logico corollario, della trascrizione di quelli celebrati all’estero) è già stata scrutinata ed affermata dalla Corte Costituzionale (Corte Cost., sent. 11 giugno 2014, n.170; sent. 15 aprile 2010, n.138; ordinanze n. 4 del 2011 e n.276 del 2010), che ha chiarito come la regolazione normativa censurata risulti, per un verso, compatibile con l’art.29 della Costituzione (contestualmente interpretato come riferito alla nozione civilistica di matrimonio tra persone di sesso diverso) e, per un altro, conforme alle norme interposte contenute negli artt.12 della CEDU e 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (d’ora innanzi Carta di Nizza), nella misura in cui le stesse rinviano espressamente alle legislazioni nazionali, senza vincolarne i contenuti, la disciplina dell’istituto del matrimonio, riservandosi l’eventuale delibazione dell’incostituzionalità di disposizioni legislative che introducono irragionevoli disparità di trattamento delle coppie omosessuali in relazioni ad ipotesi particolari (per le quali si impone il trattamento omogeneo tra le due tipologie di unioni).
Come si vede, dunque, il Giudice delle leggi ha già affermato la coerenza dell’omessa omologazione del matrimonio omosessuale a quello eterosessuale, alla stregua dei parametri ivi esaminati e, in particolare, a quello previsto all’art.29, che, nella lettura della Corte Costituzionale si risolve in una costituzionalizzazione del matrimonio tra persone di sesso diverso, sicché non possono ravvisarsi margini per uno scrutinio diverso ed ulteriore della compatibilità della regolazione in questione con la Carta fondamentale della Repubblica.
2.5- Non solo, ma le medesime conclusioni si impongono anche all’esito dell’interpretazione della normativa di riferimento alla stregua degli artt.8 e 12 della CEDU, per come interpretati dalla Corte di Strasburgo (in particolare nella recente sentenza in data 21 luglio 2015, Oliari e altri contro Repubblica Italiana, indicata dagli appellanti incidentali a sostegno della prospettazione ermeneutica proposta).
La tesi sostenuta dagli appellanti incidentali, secondo la quale il rispetto del dictum del recente pronunciamento della Corte di Strasburgo imporrebbe all’interprete una lettura della normativa nazionale permissiva delle trascrizioni in questione (secondo i canoni consacrati nelle sentenze della Corte Costituzionale nn.348 e 349 del 2007, n.80 del 2011 e n.15 del 2012), per quanto brillantemente formulata ed argomentata, non persuade e non vale, in ogni caso, a superare l’infrangibile ostacolo dell’art.29 Cost. (per come inteso e valorizzato dalla Corte Costituzionale).
Una lettura attenta della sentenza c.d. Oliari, infatti, non solo non avalla l’assunto degli originari ricorrenti, ma ne costituisce, al contrario, la più efficace smentita.
La Corte di Strasburgo, infatti, con la predetta sentenza, ha, da un lato, riconosciuto la violazione da parte dello Stato italiano, con un significativo esempio di overruling, dell’art.8 della CEDU, che tutela la vita familiare, nella misura in cui non assicura alcuna protezione giuridica alle unioni omosessuali, ma ha, da un altro lato, confermato la precedente giurisprudenza (sentenza 24 giugno 2010, Schalk e Kopf contro Austria) che negava la configurabilità dell’inosservanza dell’art.12 (diritto al matrimonio), e, quindi, del corrispondente art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (d’ora innanzi Carta di Nizza), ribadendo, al riguardo, che la regolazione legislativa del matrimonio e, quindi, l’eventuale ammissione di quello omosessuale (che la Corte non ritiene, in astratto, vietato) rientra nel perimetro del margine di apprezzamento e, quindi, della discrezionalità riservata agli Stati contraenti.
Lungi, quindi, dall’affermare l’obbligo della Repubblica italiana di riconoscere il diritto al matrimonio omosessuale, la Corte di Strasburgo ha espressamente e chiaramente negato la sussistenza e, quindi, a fortiori, la violazione di tale (presunto) diritto, limitandosi ad imporre allo Stato di assicurare una tutela giuridica alle unioni omosessuali (ma, anche qui, riconoscendo un margine di apprezzamento, seppur più limitato, nella declinazione delle sue forme e della sua intensità).
2.6- Ma, anche esaminando la questione sotto il dedotto profilo del necessario rispetto delle libertà di circolazione e di soggiorno (per come enunciate dagli artt.20, 21, comma 1, e 18 TFUE e 21 della Carta di Nizza), si perviene alle stesse conclusioni.
Perché possano giudicarsi violate le predette libertà, infatti, con conseguente obbligo dei giudici nazionali di disapplicare la normativa nazionale che ne costituisce limitazione o impedimento, è necessario che la fattispecie giudicata rientri entro i confini del diritto europeo, in quanto direttamente regolata da atti dell’Unione o in quanto espressamente attribuita dai Trattati alle sue competenze istituzionali, dovendo, altrimenti, negarsi ogni rilievo alle predette libertà, là dove interferiscano con disposizioni nazionali del tutto estranee al perimetro della regolazione europea e non siano funzionali alla garanzia della sua piena attuazione (Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sentenza 15 novembre 2011, causa C-2561/11; sentenza 5 ottobre 2010, causa C-400/10).
Nel caso di specie, tuttavia, come già visto, la regolazione legislativa del matrimonio, e, di conseguenza, anche i presupposti del riconoscimento giuridico dei matrimoni celebrati in un Paese straniero (ivi compresi quelli appartenenti all’Unione Europea) esula dai confini del diritto europeo (non essendo dato di rinvenire alcuna previsione europea che vincoli gli Stati membri ad un’opzione regolatoria, che, anzi, resta espressamente riservata alla discrezionalità dei singoli Stati proprio dall’art.9 della Carta di Nizza) ed attiene, in via esclusiva, alla sovranità nazionale, di talché resta inconfigurabile, nella fattispecie considerata, qualsivoglia violazione delle libertà di circolazione e di soggiorno.
2.7- Non appare, in definitiva, configurabile, allo stato del diritto convenzionale europeo e sovranazionale, nonché della sua esegesi ad opera delle Corti istituzionalmente incaricate della loro interpretazione, un diritto fondamentale della persona al matrimonio omosessuale, sicché il divieto dell’ordinamento nazionale di equiparazione di quest’ultimo a quello eterosessuale non può giudicarsi confliggente con i vincoli contratti dall’Italia a livello europeo o internazionale.
Ne consegue che, a fronte della pacifica inconfigurabilità di un diritto (di genesi nazionale o sovranazionale) al matrimonio omosessuale, resta preclusa all’interprete ogni opzione ermeneutica creativa che conduca, all’esito di un’operazione interpretativa non imposta da vincoli costituzionali o (latu sensu) internazionali, all’equiparazione (anche ai meri fini dell’affermazione della trascrivibilità di matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso) dei matrimoni omosessuali a quelli eterosessuali.
2.8- Non solo, ma il dibattito politico e culturale in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualsiasi forzatura (sempre indebita, ma in questo contesto ancor meno opportuna) nella lettura della normativa di riferimento che, allo stato, esclude, con formulazioni chiare e univoche, qualsivoglia omologazione tra le unioni eterosessuali e quelle omosessuali.
2.9- Si aggiunga, quale argomento conclusivo, che, aderendo alla tesi prospettata dagli originari ricorrenti, si finirebbe per ammettere, di fatto, surrettiziamente ed elusivamente il matrimonio omosessuale anche in Italia, tale essendo l’effetto dell’affermazione della trascrivibilità di quello celebrato all’estero tra cittadini italiani, nonostante l’assenza di una previsione legislativa che lo consenta e lo regoli (e, anzi, in un contesto normativo che lo esclude chiaramente, ancorché tacitamente) e, quindi, della relativa scelta (libera e politica) del Parlamento nazionale (che, si ripete, resta l’unica autorità titolare della relativa decisione, come chiarito anche dalla Corte di Strasburgo).
2.10- Alle considerazioni che precedono consegue, quindi, la reiezione dell’appello incidentale.
3.- Occorre, a questo punto, procedere all’esame dell’appello principale, con il quale il Ministero dell’interno critica il giudizio di illegittimità del decreto prefettizio di annullamento delle trascrizioni, disposte dal Sindaco di Roma Capitale, di matrimoni tra coppie omosessuali celebrati all’estero e della presupposta circolare.
3.1- Come già rilevato in fatto, i giudici di prima istanza, pur avendo riconosciuto l’illegittimità delle predette trascrizioni, hanno negato al Prefetto il potere di annullarle d’ufficio, reputando la relativa potestà riservata in via esclusiva al giudice ordinario (per effetto del combinato disposto degli artt.95 d.P.R. cit. e 453 c.c.).
Il Ministero appellante critica tale statuizione, sulla base dell’assunto (in sintesi) che il potere gerarchico di sovraordinazione del Prefetto al Sindaco, quale ufficiale di governo delegato alla tenuta dei registri di stato civile, comprende, in sé, anche quello (generale) di autotutela sugli atti adottati contra legem dall’organo subordinato.
3.2- Lo scrutino della fondatezza della predetta tesi esige una preliminare ricognizione dei caratteri della relazione interorganica tra Prefetto e Sindaco, nell’espletamento delle competenze considerate.
Nel nostro ordinamento l’esercizio di alcune funzioni di competenza statale è stato affidato al Sindaco, che le esercita non come vertice dell’ente locale, ma nella diversa qualità di ufficiale di governo.
Tale peculiare modalità organizzatoria è stata, in particolare, decisa con riferimento alle funzioni che esigono un rapporto di prossimità con i cittadini e il cui esercizio è parso al legislatore più efficacemente esercitabile dall’organo di vertice dell’ente locale più vicino ai cittadini (il Comune).
Tra le materie affidate alla cura del Sindaco quale ufficiale di governo è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile, ad esso attribuita dall’art.54, comma 3, d.lgs. 18 ottobre 2000, n.267.
Il particolare modello organizzativo in esame implica che la titolarità della funzione resta intestata all’amministrazione centrale (e, segnatamente, al Ministero dell’interno) e che il Sindaco la esercita solo quale organo delegato dalla legge.
Un ulteriore corollario della titolarità statale della funzione attinente alla tenuta dei registri di stato civile è che il Sindaco resta soggetto, nell’esercizio delle pertinenti funzioni, alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno, alle quali è tenuto a conformarsi (art.54, comma 12, d.lgs. cit. e art.9, comma 1, d.P.R. cit.).
La potestà di sovraordinazione dell’Amministrazione centrale sull’organo per legge delegato all’esercizio di una sua funzione si esplica, poi, per mezzo dell’assegnazione al Prefetto, che esercita istituzionalmente l’autorità del Ministero dell’interno sul territorio, dei poteri di vigilanza sulla tenuta degli atti dello stato civile (art.9, comma 2, d.P.R. cit.) e di sostituzione al Sindaco, in caso di sua inerzia nell’esercizio di taluni compiti (art.54, comma 11, d.lgs. cit.).
Si tratta, come si vede, di un sistema coerente e coordinato di disposizioni che configurano la relazione interorganica in questione come di subordinazione del Sindaco al Ministero dell’interno, e, per esso, al Prefetto, e che assoggettano, quindi, il primo ai poteri di direttiva e di vigilanza del secondo (Cass. SS. UU., 13 ottobre 2009, n.21658; Cass. Civ., sez. I, 14 febbraio 2000, n.1599).
Tale soggezione risulta, in particolare, il più logico corollario della titolarità della funzione in capo al Ministero dell’interno e della mera assegnazione al Sindaco, quale ufficiale di governo, dei compiti attinenti al suo esercizio.
Il vincolo di subordinazione del Sindaco al Ministero dell’interno obbedisce, inoltre, all’esigenza di assicurare l’uniformità di indirizzo nella tenuta dei registri dello stato civile su tutto il territorio nazionale e che resterebbe vanificata se ogni Sindaco potesse decidere autonomamente sulle regole generali di amministrazione della funzione o, peggio, se potesse disattendere, senza meccanismi correttivi interni all’apparato amministrativo, le istruzioni ministeriali impartite al riguardo.
3.3- Così ricostruita la natura del rapporto interorganico in questione, occorre accertare se, tra i poteri assegnati al Prefetto, resti o meno incluso quello di annullare gli atti dello stato civile di cui il Sindaco ha ordinato contra legem la trascrizione.
Reputa il Collegio che la potestà in questione debba intendersi implicitamente implicata dalle funzioni di direzione (art.54, comma 12, d.lgs. cit.), sostituzione (art.54, comma 11, d.lgs. cit.) e vigilanza (art.9, comma 2, d.P.R. cit.).
In ossequio ai criteri ermeneutici sistematico e teleologico, infatti, le predette disposizioni devono necessariamente intendersi come comprensive anche del potere di annullamento gerarchico d’ufficio da parte del Prefetto degli atti illegittimi adottati dal Sindaco, nella qualità di ufficiale di governo, senza il quale, peraltro, il loro scopo evidente, agevolmente identificabile nell’attribuzione al Prefetto di tutti i poteri idonei ad assicurare la corretta gestione della funzione in questione, resterebbe vanificato.
A ben vedere, infatti, se si negasse al Prefetto la potestà in questione, la sua posizione di sovraordinazione rispetto al Sindaco (allorchè agisce come ufficiale di governo), in quanto chiaramente funzionale a garantire l’osservanza delle direttive impartite dal Ministro dell’interno ai Sindaci e, in definitiva, ad impedire disfunzioni o irregolarità nell’amministrazione dei registri di stato civile, rimarrebbe inammissibilmente sprovvista di contenuti adeguati al raggiungimento di quel fine.
Tale conclusione è stata già raggiunta dalla giurisprudenza amministrativa (Cons. St., sez. V, 19 giugno 2008, n. 3076), se pur nell’esame dell’esercizio di una diversa funzione amministrata dal Sindaco quale ufficiale di governo (la sicurezza pubblica), proprio in esito ad una coerente ricostruzione della natura e delle finalità della relazione interorganica in questione ed alla conseguente valorizzazione dell’esigenza di assicurare la correttezza e l’uniformità dell’amministrazione dei compiti statali delegati dalla legge al Sindaco.
E non vale enfatizzare le differenze tra le due situazioni, trattandosi, in entrambi i casi, della correzione, da parte del Prefetto, di disfunzioni amministrative imputabili al Sindaco (ed apparendo, anzi, nel caso di specie, ancora più pregnante l’esigenza di autotutela, a fronte di un atto non solo illegittimo, ma inesistente o, comunque, abnorme, nel senso etimologico latino di “fuori dalla norma”).
Dev’essere, quindi, affermata la sussistenza, in capo al Prefetto, della potestà di annullare le trascrizioni in questione, quale potere compreso certamente, ancorchè implicitamente, nelle funzioni di direzione, sostituzione e vigilanza attribuitegli dall’ordinamento nella materia in discussione.
3.5- Non è, quindi, necessario invocare l’art.21-nonies legge 7 agosto 1990, n.241 a fondamento del potere di autotutela controverso, potendosi risolvere favorevolmente il problema della sua esistenza in esito all’analisi interpretativa che precede.
Non può, tuttavia, non osservarsi, al riguardo, che non si ravvisano ostacoli all’applicazione della predetta, generale disposizione alla fattispecie in esame, là dove attribuisce il potere di annullare d’ufficio un atto illegittimo non solo all’organo che lo ha emanato, ma anche “ad altro organo previsto dalla legge”.
Non può, in particolare, ritenersi preclusiva, a tal fine, l’osservazione del difetto di una disposizione legislativa che preveda il potere del Prefetto di annullare d’ufficio gli atti dello stato civile illegittimamente adottati dal Sindaco, posto che, se si accedesse all’opzione ermeneutica per cui la norma citata esige, per la sua applicazione, l’esplicita attribuzione legislativa del potere di annullare in autotutela gli atti adottati da un altro organo, la stessa risulterebbe priva di qualunque senso in quanto inutilmente ripetitiva di una potestà già assegnata da un’altra norma (con la conseguenza che la stessa prospettazione interpretativa dev’essere disattesa).
La disposizione in esame dev’essere, viceversa, letta ed applicata nel senso che è ammesso l’annullamento d’ufficio di un atto illegittimo da parte di un organo diverso da quello che lo ha emanato in tutte le ipotesi in cui una disposizione legislativa attribuisce al primo una potestà di controllo e, in generale, di sovraordinazione gerarchica che implica univocamente anche l’esercizio di poteri di autotutela.
E non vale neanche a negare l’applicabilità al caso controverso dell’art.21 nonies legge cit. il rilievo, a dire il vero poco comprensibile, che la trascrizione di un atto dello stato civile non può essere qualificata come un provvedimento amministrativo, ma come un “atto pubblico formale” (e come tale, pare di capire, estraneo all’ambito applicativo della predetta disposizione).
E’ sufficiente, al riguardo, osservare che la suddetta distinzione non trova alcun fondamento positivo e che vanno qualificati come provvedimenti amministrativi tutti gli atti, con rilevanza esterna, emanati da una pubblica amministrazione, ancorché privi di efficacia autoritativa o costituiva e dotati di soli effetti accertativi o dichiarativi, con la conseguenza che anche gli atti dello stato civile devono essere compresi nel perimetro dell’ambito applicativo della disposizione in commento (e che, per la sua valenza generale, non tollera eccezioni o deroghe desunte in esito a incerti percorsi ermeneutici).
3.6. Così riconosciuto, in capo al Prefetto, il potere di autotutela in questione, occorre verificare se il sistema di regole che assegna al giudice civile i poteri di controllo, rettificazione e cancellazione degli atti dello stato civile (e integrato dal combinato disposto degli artt.95 d.P.R. cit. e 453 c.c.) costituisca o meno un limite o, addirittura, una preclusione al suo esercizio (come ritenuto dai giudici di primo grado).
Le disposizioni citate, in effetti, paiono (a una prima lettura) devolvere in via esclusiva al giudice ordinario i poteri di cognizione e di correzione degli atti dello stato civile.
Sennonché, a ben vedere, il relativo apparato regolatorio postula, per la sua applicazione, l’esistenza di atti astrattamente idonei a costituire o a modificare lo stato delle persone, tanto da imporre un controllo giurisdizionale sulla loro corretta formazione, con la conseguenza dell’estraneità al suo ambito applicativo di atti radicalmente inefficaci, quali le trascrizioni in parola, e, quindi, del tutto incapaci (per quanto qui rileva) di assegnare alle persone menzionate nell’atto lo stato giuridico di coniugato.
L’esigenza del controllo giurisdizionale, infatti, si rivela del tutto recessiva (se non inesistente), a fronte di atti inidonei a costituire lo stato delle persone ivi contemplate, dovendosi, quindi, ricercare, per la loro correzione, soluzioni e meccanismi anche diversi dalla verifica giudiziaria.
Non solo, ma il sistema di regole in esame risulta costruito come funzionale (unicamente) alla tutela dei diritti e degli interessi delle persone fisiche contemplate (o pretermesse) nell’atto, e non anche alla protezione di interessi pubblici, tanto che l’art.95, comma 2, d.P.R. cit., assegna al Procuratore della Repubblica una iniziativa meramente facoltativa (usando appositamente il verbo potere: “Il Procuratore della Repubblica può…promuovere”).
Se la norma fosse stata concepita anche a tutela di un interesse pubblico, infatti, la disposizione sarebbe stata formulata con l’uso del verbo promuovere all’indicativo presente, e, cioè, con la previsione della doverosità dell’istanza, quando risulta necessaria a ripristinare la legalità violata (sarebbe stata cioè formulata con l’espressione: “Il Procuratore della Repubblica promuove il procedimento…”).
L’art.453 c.c., peraltro, per la sua univoca formulazione testuale, deve intendersi limitato all’affidamento al giudice ordinario dei soli poteri di annotazione e non può, di conseguenza, ritenersi ostativo all’esercizio dei (diversi) poteri di eliminazione dell’atto da parte dell’autorità amministrativa titolare della funzione di tenuta dei registri dello stato civile.
3.7- Né la già rilevata inefficacia degli atti in questione priva di significato l’intervento di autotutela in questione, posto che, al contrario, proprio la permanenza di un’apparenza di atto, che, ancorché inefficace, potrebbe legittimare (finché materialmente esistente) richieste ed istanze alla pubblica amministrazione di prestazioni connesse allo stato civile di coniugato (con conseguenti complicazioni burocratiche e, probabilmente, ulteriori contenziosi), impone la sua eliminazione dal mondo del diritto.
E tale esigenza risulta soddisfatta solo dall’identificazione di uno strumento (anche) amministrativo (e non necessariamente giurisdizionale) di correzione di atti dello stato civile abnormi (nel senso etimologico già ricordato) ed eseguiti in difformità dalle istruzioni impartite dall’autorità statale titolare della funzione.
Solo gli interventi dei Prefetti in autotutela gerarchica valgono, in effetti, a rimuovere, con garanzie di uniformità su tutto il territorio nazionale, un’apparenza di atto (che, finché resta in vita, appare idoneo a generare incertezze e difficoltà amministrative) e, quindi, in definitiva, ad assicurare la certezza del diritto connessa a questioni relative allo stato delle persone.
L’esigenza appena segnalata non risulta, infatti, garantita dalla riserva in via esclusiva del potere di cancellazione delle trascrizioni al giudice ordinario che, proprio per il carattere diffuso e indipendente della sua attività, rischia di vanificare, con interpretazioni diverse e contrastanti, l’esigenza di uniformità di indirizzo su una questione così delicata (come dimostra il decreto in data 13 marzo 2015, con cui la Corte d’Appello di Napoli ha ordinato la trascrizione di un matrimonio omosessuale celebrato all’estero).
3.8- Alle considerazioni che precedono consegue, in definitiva, l’accoglimento dell’appello del Ministero e, in riforma del capo di decisione impugnato, l’integrale reiezione del ricorso di primo grado contro il provvedimento con cui il Prefetto di Roma ha annullato le trascrizioni dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero dagli originari ricorrenti.
4.- La novità della questione trattata e la natura degli interessi controversi giustificano la compensazione tra le parti delle spese del doppio grado di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, respinge l’appello incidentale, accoglie quello principale e, per l’effetto, in parziale riforma della decisione appellata, respinge il ricorso di primo grado e compensa tra tutte le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi degli appellati manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 8 ottobre 2015 con l’intervento dei magistrati:
Giuseppe Romeo, Presidente
Carlo Deodato, Consigliere, Estensore
Salvatore Cacace, Consigliere
Bruno Rosario Polito, Consigliere
Pierfrancesco Ungari, Consigliere DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 26/10/2015
IL SEGRETARIO (Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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Cambia il corso di laurea in giurisprudenza

Un decreto del Ministero dell’Istruzione, sulla scia di una bozza preparata e condivisa dalla Comunità scientifica, effettuerà un’importante rivoluzione al corso di laurea in Giurisprudenza che dal 2005 è impostato su un modello magistrale a ciclo unico.

Da questo momento gli studenti di giurisprudenza potranno scegliere tra un tradizionale modello 3 + 2 in cui i crediti universitari diminuiranno, sarà lasciato uno spazio più aperto ai crediti formativi liberi in modo che lo studente possa crearsi un percorso di studi ah hoc, e il biennio sarà improntato ad uno studio sempre più specialistico.

D’altra parte lo studente potrà scegliere un percorso di studi 4 + 1 finalizzato all’accesso alle libere professioni con un numero programmato previsto per l’ultimo anno, in cui lo studente potrà durante il corso degli ultimi studi svolgere anticipatamente un periodo di sei mesi di praticantato (notarile o forense).

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Il minore ed i rapporti con i parenti

Anche a seguito di crisi coniugali solitamente i figli riescono a mantenere regolari contatti con i parenti di entrambi i rami genitoriali.

I parenti ed in particolare i nonni, spesso svolgono importanti funzioni di supporto alla famiglia.

La giurisprudenza minorile, da tempo, aveva inquadrato nell’ambito delle condotte rilevanti ex art. 333 c.c., in quanto contrastanti con il corretto esercizio della potestà, i comportamenti di quei genitori che senza giustificato motivo avessero impedito o ostacolato i rapporti dei figli con i parenti, in particolare i nonni.

La giurisprudenza aveva così affermato che pur non essendo configurabile un diritto dei parenti ad una relazione con il minore, sarebbe stato interesse di quest’ultimo instaurare o mantenere quella relazione come fattore importante in un sereno sviluppo della personalità.

Oggi, alla luce del nuovo art. 315 bis, 2° co., introdotto con la legge n° 219/2012, sussiste un vero e proprio diritto soggettivo del minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti.

Il diritto di mantenere rapporti significativi con i parenti va letto alla luce nel nuovo art. 74, che estende il vincolo di parentela anche al caso in cui la filiazione è avvenuta fuori dal matrimonio. Tale diritto sussisteva già prima della riforma, come si poteva desumere dall’art. 155, 1° co., c.c. il quale prevedeva che in caso di separazione, divorzio, nullità del matrimonio, o cessazione della convivenza tra i genitori non coniugati, il figlio minore ha il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti, i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Il contenuto dell’art. 155, 1° co., c.c., è ora stato trasferito nell’art. 337 ter, 1° co.,

A proposito del diritto del figlio minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, questa disposizione affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata.

La disposizione non consente di ravvisare diritti relativi all’oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel giudizio di separazione che possano legittimare un intervento autonomo o litisconsortile dei nonni o altri familiari, ai sensi dell’art. 105, 1° co., c.p.c., ovvero un interesse degli stessi a sostenere le ragioni di una delle parti, idoneo a fondare un intervento ad adiuvandum, ai sensi dell’art. 105, 2° co., c.p.c.; pertanto gli ascendenti ed i parenti hanno solo la legittimazione a sollecitare un controllo, ex art. 336 c.c., sul corretto esercizio della potestà da parte del genitore che impedisce loro di frequentare il figlio.

Per cui i nonni sono legittimati a rivolgersi al tribunale per i minori chiedendo nei confronti dei genitori che impediscano loro di incontrare i nipoti, l’adozione di provvedimenti ex art. 333 c.c. che consentano l’instaurazione di un rapporto sereno ed equilibrato con i nipoti medesimi.

Un’altra norma che riprende l’argomento è l’art 317 bis, c.c. che è stato introdotto con la legge n° 219/2013.

Il nuovo testo della norma è rubricato <<rapporti con gli ascendenti>> e sancisce il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni.

Si evidenzia come il legislatore abbia riconosciuto agli ascendenti un vero e proprio diritto soggettivo al mantenimento dei rapporti con i nipoti, per cui non si tratta più di un semplice interesse che poteva trovare tutela in sede giudiziale solo se corrispondente all’interesse del minore.

Il secondo comma del nuovo art. 317 bis legittima espressamente l’ascendente al quale sia impedito l’esercizio del diritto di cui al primo comma a ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinchè siano adottati i provvedimenti più idonei nell’interesse esclusivo del minore stesso.

Il 3° co. dell’art. 315 bis riconosce il diritto del minore che abbia compiuto dodici anni, ed anche di età inferiore, ove capace di discernimento, ad essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Ciò a fronte delle sopravvenute importantissime Convenzioni di New York del 20 novembre 1989 ratificata con l. 176/1991 e di Strasburgo del 1996 ratificata con l. 77/2003; in esse si stabilisce da un lato il diritto del fanciullo, capace di discernimento, di esprimere liberamente la propria opinione su ciò che lo riguarda, e conseguentemente, gli si riconosce il diritto di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, dall’altro è previsto come obiettivo primario, la promozione dei diritti del fanciullo e l’agevolazione dell’esercizio dei medesimi.

L’ascolto del minore viene quindi concepito semplicemente come uno strumento attraverso cui è possibile esercitare il fondamentale diritto del minore di manifestare le sue opinioni sulle questioni che lo riguardano.

In linea di principio deve ritenersi che il minore abbia sempre il diritto di esprimere la sua opinione in merito alle questioni riguardanti la sua sfera personale o patrimoniale che si prestino ad essere qualificate come questioni di particolare importanza ex art. 316 c.c., o che si riferiscano ad atti di straordinaria amministrazione ex art. 320 c.c.

Naturalmente il minore deve essere informato preventivamente e compiutamente dai genitori in merito ai termini e alla natura della questione che lo riguarda, nonché in merito alle possibili ripercussioni delle diverse decisioni suscettibili di essere adottate per risolverla: la sua opinione, infatti, è tanto più meritevole di essere presa in considerazione quanto maggiore risultino il grado di colpevolezza e il bagaglio di informazioni su cui si sorregge.

Dunque l’ascolto del minore non dovrebbe rappresentare una facoltà per il giudice ma un vero e proprio obbligo come risulta sia dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo cui la mancata effettuazione dell’ascolto da parte del giudice costituisce violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo, ma anche dalla previsione normativa che assume carattere impositivo con riferimento all’ascolto, le cui modalità sono oggi disciplinate all’art. 336 bis c.c.

Questa norma è stata inserita dall’art. 53 del d. lgs. 154/2013.

Il primo comma esclude che l’autorità giudiziaria sia tenuta a procedere all’ascolto del minore tutte le volte in cui l’ascolto risulti contrastante con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.

Il giudice può decidere di condurre l’ascolto avvalendosi di esperti ed ausiliari quando, in ragione delle peculiari caratteristiche del caso concreto, la competenza tecnico giudiziaria del magistrato abbisogni di essere supportata da un’assistenza specialistica qualificata, rendendo indispensabile il ricorso a competenze specializzate.

L’ascolto del minore deve essere documentato attraverso la redazione di un apposito processo verbale in cui deve essere descritto il contegno del minore nonché il contenuto delle dichiarazioni del minore attraverso l’effettuazione di un’apposita registrazione audio- video.

La disposizione non dice nulla in merito al rilievo che le opinioni espresse del minore sono destinate ad avere ai fini dell’assunzione della decisione. E’ chiaro che il giudice non sarà comunque vincolato alle dichiarazioni del minore che anche in buona fede potrebbe essere portato ad esprimere valutazioni parziali per una o per l’altra parte.download

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La separazione consensuale, il fondo patrimoniale e alternative al fondo

La separazione consensuale è lo strumento giuridico che permette ai coniugi di separarsi di comune accordo, avendo preventivamente stabilito insieme i diritti spettanti a ognuno riguardo il patrimonio, l’assegno di mantenimento per il coniuge più debole e i figli, l’affidamento della prole e l’assegnazione della casa coniugale.

Il d. l. n. 132/2014 ha introdotto due nuovi strumenti che rivoluzionano completamente la procedura di separazione e divorzio, con il fine di semplificare e gestire in tempi più brevi le modalità per mettere fine al matrimonio tra due persone o modificare le condizioni (di separazione e divorzio) già fissate in precedenza dal giudice.

Il primo strumento è offerto dall’art. 6 del decreto che al comma 1 prevede che i coniugi possano rivolgersi ad un legale per concludere una <<convenzione di negoziazione assistita>> al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Questo rappresenterebbe sicuramente il metodo più veloce per addivenire alla separazione consensuale.

Bisogna però ricordare che entrambe le procedure descritte valgono comunque solo: per chi decide di separarsi o divorziare consensualmente e per chi non ha figli minori, maggiorenni incapaci o economicamente non autosufficienti ovvero figli portatori di handicap grave.

Nel caso in cui ci siano figli minori, uno dei quali completamente inabile, si dovrà quindi seguire l’iter ordinario in tribunale.

Seguendo la procedura ordinaria di separazione, prima di tutto dovrà essere stipulato in privato trai coniugi, e con l’assistenza dell’avvocato, l’accordo, che per divenire efficace, dovrà essere omologato dal Tribunale con apposito provvedimento.

La procedura di separazione consensuale inizia con il deposito di un ricorso presso la Cancelleria del Tribunale ove almeno una delle parti ha la residenza o il domicilio. Il ricorso deve contenere tutti i termini dell’accordo raggiunto, e a questo vanno allegati tutti i documenti richiesti per la procedura vale a dire lo stato di famiglia,i certificati di residenza di entrambi i coniugi ed il certificato di matrimonio con le annotazioni marginali , nonché la richiesta di fissazione dell’udienza per la comparizione di entrambe le parti.

Entro cinque giorni dal ricevimento del ricorso il Presidente è tenuto a stabilire la data dell’udienza in cui esaminerà il caso.

L’organo competente potrà, così, formare il fascicolo d’ufficio.

Conclusi tali adempimenti, il Presidente del Tribunale fisserà l’udienza alla quale devono comparire personalmente i coniugi, principalmente allo scopo di tentare una conciliazione trai coniugi.

Il Presidente del Tribunale, a tal fine, ascolterà i due coniugi, prima separatamente e poi congiuntamente, ex articolo 708 c.p.c.; in questa sede, inoltre, il Presidente potrà adottare gli eventuali provvedimenti che riterrà necessari ed urgenti e da tale momento inizia a decorrere il termine di tre anni per poter richiedere il divorzio.

Nel caso in cui si raggiunga la conciliazione, viene redatto un apposito verbale e la procedura di separazione ha termine.

Nel caso, invece, le parti non raggiungano la conciliazione e persistano nella volontà di separarsi, il Presidente procederà dopo la camera di consiglio collegiale ,all’emanazione del decreto di omologazione delle condizioni indicate nel ricorso.

La separazione legale consensuale ex art.158 c.c. non ha effetto senza l’omologazione del giudice, la separazione di fatto, non omologata, non ha quindi rilevanza giuridica.

Il secondo punto della traccia ci chiede di soffermarci sullo scioglimento e sulla durata del fondo patrimoniale.

La destinazione del fondo, ai sensi dell’art. 171 c.c., termina a seguito dell’annullamento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Se vi sono figli minori, il fondo dura fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio. In tal caso il giudice può adottare su istanza di chi ne abbia interesse, norme per l’amministrazione del fondo.

La separazione personale dei coniugi non è causa di estinzione del fondo patrimoniale, perché non incide sul vincolo del matrimonio e di conseguenza sulla stabilità ed unità della famiglia, le cui esigenze devono continuare ad essere soddisfatte anche dopo la crisi coniugale.

La separazione coniugale opera come causa di scioglimento della comunione legale per ragioni che non possono valere con riguardo al fondo, perché, avendo tale patrimonio una natura tendenzialmente statica ed essendo destinato alla conservazione, gli atti di straordinaria amministrazione relativi ai beni costituiti in fondo, per il compimento dei quali i coniugi devono necessariamente trovare un accordo, sono evenienza non frequente.

Sembra quindi corretto affermare che l’utilità del fondo permanga anche in presenza di una crisi coniugale, potendo esso, rappresentare uno strumento idoneo a favore dei coniugi separati per mantenere il godimento del tenore di vita matrimoniale, senza per questo dover ricorrere alla liquidazione di un assegno di mantenimento.

In caso di divorzio e quindi di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la destinazione del fondo cesserà di esistere.

Nel caso di specie se per quel tempo i figli saranno ancora minori allora il fondo durerà fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio.

Il 3° co., poi stabilisce che considerate poi le condizioni economiche dei genitori e dei figli, il giudice potrà altresì attribuire ai figli in godimento o in proprietà l’appartamento oggetto del fondo.

La giurisprudenza, sul problema dell’ammissibilità dello scioglimento consensuale del fondo patrimoniale, ha assunto posizioni diverse: alcune sentenze hanno infatti negato l’ammissibilità dello scioglimento consensuale; altre sentenze hanno negato l’ammissibilità dello scioglimento consensuale solo se in presenza di figli minorenni.

Per vincolare l’appartamento, oggetto del fondo patrimoniale, e destinarlo ai figli in modo da garantire loro il supporto economico fino al raggiungimento dell’autonomia economica di Mevio e per tutta la vita di Sempronio, i genitori potrebbero recarsi da un notaio e costituire un atto di destinazione.

L’introduzione nel nostro ordinamento dell’articolo 2645 ter con la l. 23 febbraio 2006 n. 51, ha creato una nuova fattispecie negoziale, il cd. atto di destinazione.

Si tratta di un negozio giuridico il cui effetto essenziale è quello segregativo, di creare una separazione patrimoniale tra un bene che viene destinato alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela ed il restante patrimonio del titolare del bene stesso.

L’art. 2645 ter disciplina l’atto di destinazione come un atto in forma pubblica con cui beni immobili o mobili registrati sono destinati per un periodo di tempo non superiore a novant’anni, o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o altri enti o persone fisiche ai sensi dell’art. 1322,2°co.,c.c.

L’art. 2645 ter c.c., configura un istituto frutto di autonomia privata, conformemente all’articolo 1322, 2° co., c.c., riferibile al trust e, conferma la compatibilità del trust con l’ordinamento italiano se diretto a perseguire interessi meritevoli di tutela.

Gli interessi meritevoli di tutela debbono quindi rispondere a superiori interessi sociali, morali o di pubblica utilità; non possono essere interessi meramente lucrativi, egoistici e futili del soggetto disponente.

Alcune recenti pronunce costituite dalla sentenza del Tribunale di Brindisi del 28 Marzo 2011, da Tribunale di Napoli decreto V.G. del 07/03/2012, da Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Ordinanza del 20/03/2012 e da Tribunale di Reggio Emilia Decreto del 07/06/2012 hanno affrontato più di recente ed in modo più approfondito la questione delle differenze o delle analogie tra l’istituto del trust e dell’atto di destinazione.

Con la sentenza emessa dal Tribunale di Brindisi e poi anche nello stesso senso, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è sostenuto che si escludono delle differenze marginali tra i due istituti, costituite dalla limitazione dell’atto di destinazione previsto dall’articolo 2645 ter ai soli beni immobili e mobili registrati, non prevista per il trust, e la possibilità che nel trust siano nominati uno o più guardiani, figura questa non prevista, ma neanche vietata, per l’atto di destinazione, per il resto i due istituti tendono a coincidere quanto ai loro tratti salienti.

Tale affermazione non può più escludere il riconoscimento del trust interno.

Infatti, l’uno e l’altro istituto sono riconosciuti espressamente, sono diretti alla segregazione patrimoniale dei beni, non costituiscono un autonomo soggetto giuridico, sono consentiti dalla deroga patrimoniale prevista dal secondo comma dell’articolo 2740 c.c.

Più in particolare l’istituto ex articolo 2645 ter c.c. consente ad un soggetto di spogliarsi di uno o più beni non diversamente da quanto accade al settlor nell’ambito del trust.

Inoltre ex art. 2645 ter c.c. il disponente attribuisce la proprietà dei beni determinati non diversamente da quanto fa il settlor nei confronti del trustee.

Infine, la destinazione è vincolata dal disponente a fini determinati e socialmente utili allo stesso modo in cui il settlor vincola i beni alla realizzazione di un fine determinato, che necessariamente non sia in contrasto con i fini imposti dall’ordinamento.

Pertanto, con tale norma ha avuto ingresso nel nostro ordinamento l’Istituto del Trust interno.

Da diverso avviso invece è stato il Tribunale di Reggio Emilia che, con il Decreto del 07 Giugno 2012, ha ritenuto che i due istituti sono diversi per essenza, disciplina, funzione, e causa.

Infatti, secondo il Tribunale di Reggio Emilia la natura del trust risiede nell’affidamento, mentre nel vincolo si trova nella destinazione dei beni; la disciplina del vincolo non determina a carico del conferitario, che lo stesso assuma delle obbligazioni rispetto ai beneficiari (in quanto il soddisfacimento di questi è causato dai beni conferiti e non dalle attività gestorie svolte dal mandatario, nel trust invece il trustee deve adoperarsi per il raggiungimento della finalità o dello scopo non potendo restare inerte rispetto agli interessi dei beneficiari).

Diversa è la funzione in quanto il vincolo di destinazione d’uso costituito dall’articolo 2645 ter introduce un tipo di effetto negoziale e non un negozio traslativo atipico.

Allo stesso modo sono diverse la causa e la valutazione della medesima, così com’è diverso l’effetto del conferimento in quanto l’attribuzione al trustee non è mai definitiva ed è anzi strumentale all’esercizio del compito affidato, mentre il conferimento disciplinato dall’articolo 2645 ter determina una assegnazione definitiva.

Tale orientamento però non è condivisibile perché con una evidente forzatura logica propone differenze tra il trust ed il trust interno che invece non esistono.

Infatti, l’articolo 2645 ter introduce il vincolo di destinazione di uso di beni immobili o mobili registrati affidando gli stessi al conferente per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela.

In questo modo l’essenza del vincolo risiede nell’affidamento di beni con obbligo per il conferitario di perseguire l’interesse per il quale i beni sono stati conferiti, interesse che è realizzato concretamente attraverso un negozio traslativo (altrimenti non sarebbe necessaria la trascrizione).

Infine, sia nel trust che nel vincolo di destinazione l’affidamento è vincolato strumentalmente al compito affidato e non determina una assegnazione definitiva (ex art. 2645 ter, c.c.: “per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita del beneficiario”).

L’art. 2645 ter c.c. definisce conferente il soggetto che destina determinati beni alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, cioè il soggetto che crea il vincolo di destinazione, nel caso di specie i due genitori.

La norma dispone inoltre che beneficiari del vincolo di destinazione possono essere persone con disabilità, pubbliche amministrazioni, altri enti o persone fisiche.

Per quanto riguarda la struttura dell’atto di destinazione, la dottrina prevalente ritiene abbia una natura unilaterale.

L’ultima parte del suddetto articolo prevede che i beni destinati ed i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione della destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione solo per i debiti contratti per tale scopo.

Il notaio però prima di poter procedere alla stipulazione dell’atto di destinazione a favore dei due figli minori, trattandosi questo di un atto di straordinaria amministrazione, dovrà assicurarsi il consenso di entrambi i genitori esercenti la potestà i quali agiscono congiuntamente in nome e per conto del loro figlio minore, nonché l’autorizzazione del giudice tutelare, che deve essere richiesta altrettanto congiuntamente da parte di entrambi i genitori esercenti la potestà, ex art. 320 c.c.

Il ricorso con cui è adita l’Autorità giudiziaria deve essere infatti sottoscritto da entrambi i genitori.

L’intervento del giudice tutelare ha per scopo il controllo di merito sull’atto da compiere in relazione alla sua necessità o utilità evidente per il minore ed alla sua corrispondenza all’interesse dello stesso: l’autorizzazione può essere concessa soltanto se l’atto eccedente l’ordinaria amministrazione risulti necessario e/o evidentemente utile per il minore. L’autorizzazione deve necessariamente precedere il compimento dell’atto in quanto essa integra la legittimazione ad agire dei genitori esercenti la potestà.

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Dimissioni del capogruppo Pd in Consiglio regionale, Marco Vincenzi

Il secondo filone dell’inchiesta Mafia Capitale ha comportato oggi le dimissioni del capogruppo Pd in Consiglio regionale, Marco Vincenzi. Si tratta del secondo caso dopo le dimissioni nel marzo scorso di Maurizio Venafro. La Guardia di finanza ha altresì arrestato cinque persone, in un’operazione di polizia giudiziaria nel settore degli appalti pubblici e di contrasto alle frodi fiscali.

«Sono assolutamente estraneo a qualsiasi responsabilità e nell’interesse del gruppo Pd alla Regione, dell’amministrazione regionale e del Partito Democratico mi dimetto da capogruppo». Con queste parole Marco Vincenzi, presidente dei consiglieri dem alla Regione Lazio, si è dimesso.

Vincenzi è citato in una delle informative dei carabinieri del Ros, depositate in procura, per i suoi rapporti con Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative. In particolare i due si sarebbero incontrati almeno due volte. E il risultato sarebbe stato duplice: un aumento fino a 1,8 milioni di euro dei fondi regionali ai Municipi romani, che Buzzi si diceva convinto di poter pilotare, e l’aggiudicazione a Buzzi di uno dei lotti della gara per il Cup (il centro unico per le prenotazioni sanitarie).

Vincenzi si difende così: «Smentisco di aver presentato in Consiglio regionale emendamenti per finanziare il comune di Roma o i suoi municipi. Non corrispondono nel modo più assoluto a verità e sono destituite di fondamento, quindi, le affermazioni di Salvatore Buzzi su un mio presunto interessamento per far ricevere al municipio di Ostia 600mila euro o qualsiasi altra cifra. Di conseguenza, e lo sottolineo per evitare qualsiasi fraintendimento, non possono essere stati approvati in Consiglio regionale emendamenti del sottoscritto per elargire fondi ad Ostia, agli altri municipi della Capitale o al comune di Roma». Vincenzi conferma i due incontri con Buzzi: «Ho visto due volte Salvatore Buzzi su sua sollecitazione e nel corso degli incontri mi aveva chiesto di intercedere per far ottenere fondi ad Ostia». Ma precisa: si tratta di «una richiesta alla quale non ho dato alcun seguito», come «è facile evincere dalle conclusioni dell’informativa dei militari dell’Arma».

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