Tribunale Napoli, a 29 anni non è più dovuto l’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne.

Il Tribunale di Napoli, con decreto n. 4868/2018 del 06/07/2018, ha accolto
la domanda di revoca dell’assegno di mantenimento stabilito, in sede di divorzio, in favore del figlio maggiorenne, di 29 anni, non economicamente autosufficiente a carico del padre, patrocinato dagli avv.ti Giuseppe Aulino e Livia Aulino.
Il Tribunale di Napoli ha sancito il principio di diritto per cui, in tema di assegno di mantenimento di figli maggiorenni ma non economicamente autosufficienti, è necessario non solo verificare che il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio, ma occorre altresì una valutazione circa la sua età; in particolare, il Tribunale ha ritenuto che a 29 anni risulta ormai prossima l’operatività di un principio di generale autoresponsabilità che incombe sul figlio maggiorenne, non potendo pretendere la
protrazione dell’obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, atteso che l’ “obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione”.

TEST MEDICINA 2017: ACCOLTI TUTTI GLI APPELLI

 

Il Consiglio di Stato, con ordinanze rese in sede collegiale, ha ammesso tutti i ricorrenti patrocinati dagli Avvocati Giuseppe Aulino ed Elio Errichiello.

I ricorrenti delle Università Federico II, Luigi Vanvitelli, La Sapienza, Siena, Salerno e altre, hanno posizioni e sedi differenti e i ricorsi proposti portavano avanti numerosi vizi dei test di ammissione 2017 e del bando per l’accesso a numero programmato.

Con grande soddisfazione annunciamo che il Consiglio di Stato, confermando quanto già disposto per decreto, ha accolto le nostre tesi e condannato il Miur a disporre lo scorrimento dei nostri ricorrenti su tutti i posti disponibili nelle varie sedi.

***

Nei giorni scorsi sono state pubblicate le ordinanze che confermano i decreti monocratici del Consiglio di Stato sugli appelli cautelari da noi presentati contro le ordinanze cautelari sul Test Medicina emesse dal TAR Lazio – Roma avverso i test d’ammissione alla facoltà di Medicina/Chirurgia e Odontoiatria/Protesi Dentaria per l’A.A. 2017/2018 (d’ora in poi, per brevità denominati Test Medicina).

 

 

Con grande soddisfazione vi comunichiamo che il Consiglio di Stato, confermando quanto già disposto per decreto, ha accolto le nostre tesi e disposto la ricognizione dei posti rimasti vacanti e l’avvio dello scorrimento sugli stessi.

In particolare il Consiglio di Stato ha disposto che “il Ministero appellato, in esecuzione della presente ordinanza, dovrà effettuare la ricognizione dei posti inutilizzati o non optati rimasti liberi e disponibili, a livello nazionale e nei singoli Atenei, operando i conseguenti scorrimenti di graduatoria, tenendo anche conto delle concrete posizioni in graduatoria di eventuali ricorrenti vittoriosi in sede cautelare in separati giudizi, in quanto tali ricorrenti abbiano indicato come sedi di immatricolazione, in tutto o in parte, quelle medesime indicate dell’attuale ricorrente”.

Alla luce di tali pronunce, quindi, l’Amministrazione dovrà stilare una nuova graduatoria e potrà procedere con l’immatricolazione dei ricorrenti nelle varie sedi.

 

Siamo i primi in Italia ad ottenere la ricognizione dei posti vacanti per i nostri ricorrenti anche per punteggi inferiori al 20 e per gli studenti decaduti dalla graduatoria per mancata conferma d’interesse, e tali risultati sono stati confermati anche nelle ordinanze a seguito della recente udienza di discussione.

Per ogni informazione ulteriore o chiarimento potete contattare l’avv. Elio Errichiello al numero 3471925679 dal lunedì al venerdì dalle 14.00 alle 16.00; oppure alla mail elio.errichiello@gmail.com.

 

 anni successivi al primo 25cfu

Ricorso Medicina 2017/18, vittoria al Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato ha accolto tutti i ricorsi degli studenti assistiti dagli avvocati Giuseppe Aulino ed Elio Errichiello relativi test di accesso per i corsi di laurea in Medicina e Odontoiatria 2017/18.

Il Consiglio di Stato ha accolto le nostre tesi e disposto la ricognizione dei posti rimasti vacanti, precisamente non solo i “posti riservati agli studenti extracomunitari” ma tutti “quelli comunque inutilizzati e non optati, rimasti liberi e disponibili”.

La ricognizione dei posti disponibili è diretta “all’accertamento della possibilità della parte ricorrente di rientrare utilmente nella relativa graduatoria comprensiva di tali ulteriori posti, sulla base del punteggio ottenuto e secondo l’ordine e la posizione che ne conseguono”.

Siamo i primi in Italia ad ottenere la ridistribuzione dei posti vacanti per i nostri ricorrenti anche per punteggi inferiori al 20 e per gli studenti decaduti dalla graduatoria per mancata conferma d’interesse.

Alla luce dei decreti presidenziali, quindi, confermate in pieno le nostre tesi, l’Amministrazione dovrà stilare una nuova graduatoria, e una volta verificata l’effettiva disponibilità dei posti, si potrà procedere con l’immatricolazione dei ricorrenti.

Consiglio di stato: il diploma ITP vale solo per ammissione e non per punteggio

Una nuova vittoria di un gruppo di docenti ITP assistiti dagli avvocati Giuseppe Aulino ed Elio Errichiello, che hanno ottenuto un provvedimento favorevole del Consiglio di Stato, che confermando la pronuncia del Tar Napoli, ha affermato per la prima volta un importante principio giurisprudenziale:  i docenti ITP sono stati ammessi a partecipare al concorso docenti 2017 senza TFA in quanto mancavano percorsi abilitanti ordinari, ma non per questo il loro diploma tecnico pratico può essere considerato equipollente ad un titolo di abilitazione ai fini dell’attribuzione del punteggio in graduatoria.

I docenti ITP rischiavano di essere superati in graduatoria da un collega insegnante che aveva chiesto l’attribuzione del punteggio proprio del titolo di abilitazione anche per il proprio diploma considerato “abilitante”.

Il Consiglio di stato, confermando quanto affermato innanzi al Tar, ha sancito che “l’appello non risulta presentare profili di fondatezza, in quanto il punteggio di cui si lamenta la mancata attribuzione non può essere riconosciuto in relazione ad un diploma che è stato sì riconosciuto come titolo di ammissione, ma che non sembra poter fruire del medesimo punteggio che può essere attribuito solo alla conclusione di un percorso abilitante, stante l’assenza di una specifica disposizione che lo preveda”.

Si tratta di una novità giurisprudenziale importante, su cui non vi erano ancora pronunce significative e su cui non si è ancora formata una giurisprudenza consolidata.

TAR CAMPANIA: IL PERICOLO PER LA SALUTE GIUSTIFICA LA DISATTIVAZIONE DELL’IMPIANTO A BANDA LARGA

Una vittoria importante di un gruppo di ricorrenti assistiti dagli avvocati Giuseppe Aulino ed Elio Errichiello, che hanno ottenuto un provvedimento di disattivazione dell’impianto radioelettrico a banda larga di un noto colosso delle telecomunicazioni, una pronuncia che segna un passo importante nella giurisprudenza in campo di onde elettromagnetiche ed elettrosmog.

In una ordinanza del Tar Campania pubblicata il 21 marzo, il Giudice amministrativo ha richiamato alcuni principi importanti in tema di impianti radioelettrici, materia disciplinata dalla normativa speciale di cui al d.lgs. n. 259 del 2003 (Codice delle comunicazioni), e fissato anche un importante criterio guida per la giurisprudenza.

I ricorrenti avevano impugnato il silenzio assenso formatosi su un’istanza di autorizzazione alla costruzione di impianto radioelettrico ai sensi del d.lgs. n. 259 del 2003 presentata da una nota società di telecomunicazioni. La costruzione, approvata per silenzio dall’Amministrazione, è stata effettuata su un lastrico solare in zona urbana densamente abitata e con numerosi casi accertati di patologie tumorali nella cittadinanza locale.

Anzitutto, il Tar ha messo in luce che “sussiste la legittimazione dei ricorrenti in quanto residenti nelle abitazioni vicine all’impianto di telecomunicazione”. Sul punto quindi, è valsa la tesi secondo cui il titolo di proprietà non è l’unico legittimante all’impugnazione dell’autorizzazione alla costruzione di impianto radioelettrico.  Infatti, come attestato nei precedenti giurisprudenziali, “in materia di minacce alla salute pubblica o all’ambiente, va riconosciuta in linea di principio l’esigenza di autonoma protezione delle persone che vivono nell’area interessata dalla fonte di pericolo” (T.A.R. Piemonte Torino Sez. I, 16/06/2011, n. 635),

Tra i numerosi vizi di legittimità che hanno costellato la procedura di autorizzazione impugnata, riguardanti disparati profili di diritto, il Tar ha evidenziato in particolare che “non risulta che all’istanza sia stata data adeguata pubblicità, come previsto dall’art. 87, comma 4 D.lgs. 259/2003”. Sul punto è valso quanto affermato nella famosa sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI, 18/04/2005, n. 1773, secondo cui “della proposizione dell’istanza relativa alla installazione di una stazione radio base per la telefonia mobile debba essere data notizia alla popolazione locale, mediante formalità diverse dalla mera sua acquisizione e visibilità interna presso gli uffici comunali, quale l’affissione all’albo pretorio”. Ossia l’annullamento dell’autorizzazione, secondo il Consiglio di Stato, consegue non solo all’omissione di ogni forma di pubblicità (come avvenuto nel caso di specie), ma anche quando l’obbligo sia soddisfatto in modo meramente formale, poiché “La mera pubblicazione sull’albo pretorio della richiesta di installazione di impianti radio base, ex art. 87 d.lg. n. 259 del 2003, non soddisfa le formalità richiesto dal comma 4”.

Infine, e qui sta il passaggio forse più interessante dell’ordinanza, il Giudice amministrativo ha riconosciuto il periculum in mora insito nell’esposizione dei ricorrenti alle onde elettromagnetiche dell’antenna a banda larga. Infatti, nell’ordinanza si legge che “in tema di periculum in mora, vengono evidenziate potenziali minacce per il diritto alla salute dei ricorrenti”, sulla base delle perizie mediche prodotte e dell’ampia documentazione che attesta la presenza di diffuse patologie, anche di tipo tumorale, nonché della presenza di pazienti con apparecchi elettromedicali (pacemaker) che possono essere sensibili all’esposizione ad onde radio.

E’ un passaggio particolarmente rilevante visto che gli studi medici in materia non sono ancora sviluppati, e non si è raggiunta la certezza scientifica assoluta circa la dannosità e pericolosità delle onde elettromagnetiche emesse da impianti radioelettrici, sebbene vi siano evidenze che dimostrano la cancerogenicità delle onde elettromagnetiche (infatti l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – IARC – ha classificato i campi elettromagnetici come cancerogeni di gruppo 2B).

Sul punto, la difesa dei ricorrenti ha insistito sul fatto che in caso di tutela di un bene primario come quello della salute, tutelato dall’art. 32 della Costituzione, l’incertezza delle conoscenze scientifiche non può che deporre in favore dell’adozione del principio di precauzione. Sono stati comunque citati numerosi recenti studi scientifici che depongono nel segno di una generale dannosità delle onde elettromagnetiche, sia direttamente per degenerazione delle cellule umane, sia per le interferenze con apparecchi di sostegno vitale come i pacemaker.

La percezione del rischio in materia di elettrosmog non può prescindere dai precedenti come, ad esempio, il precedente amianto. L’amianto, com’è noto, venne ampiamente utilizzato nelle costruzioni civili soprattutto a partire dal dopoguerra; quando però, a causa del verificarsi di numerosi casi di tumore fra gli addetti alle lavorazioni con amianto, sorsero dubbi sulla sua salubrità, vennero immediatamente condotti diversi studi che ne evidenziarono la cancerogenicità. Ma ci vollero quaranta anni perché il legislatore in Italia (come altrove) intervenisse proibendo l’impiego delle fibre d’amianto con la 1. 27 marzo 1992 n. 257. Se per l’amianto la cancerogenicità risultò conclamata soltanto dopo molti anni di ricerca, nel caso delle onde elettromagnetiche, fenomeno storicamente recente, dove la scienza ha già attestato una evidenza di verosimile cancerogenicità (US EPA, Rapporto 600, 1984), appare improcrastinabile l’esigenza di offrire una tutela a chi, soprattutto i minori, rischia di essere irrimediabilmente danneggiato nei beni più preziosi, la vita e la salute,  per le incertezze della scienza e le lungaggini del legislatore.

L’individuazione del punto di equilibrio che determini il miglior grado di protezione in rapporto alla valutazione dell’incertezza è un compito che spetta al Giudice, e nel caso di specie, la recentissima ordinanza del Tar Campania riesce a trovare il giusto punto di equilibrio tra interessi economici e rischi per la salute e l’ambiente, offrendo finalmente una giusta tutela al bene fondamentale della salute umana, anche a discapito dell’incertezza dello stato delle attuali conoscenze scientifiche, sancendo che le immissioni promanabili dall’impianto a banda larga possono comportare elementi di concreto rischio per la salute di coloro che vivono nelle sue immediate vicinanze.

Sant’Alfonso Maria De Liguori Avvocato e Santo

Associazione Giuristi del Golfo

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VICO PRIMO DE LIGUORI – MARIANELLA

SABATO 28 MARZO 2015 – ORE 10.00 – 15.00

Sant’Alfonso Maria De Liguori Avvocato e Santo
Avvocatura e regole morali

Indirizzi di Saluto:
Avv. Francesco Caia – Presidente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

Avv. Sabrina Sifo – Segretaria Associazione Giuristi del Golfo

Introduzione

CENNI BIOGRAFICI
Avvocato, musicista compositore fondatore della musica sacra popolare

Modera:

Avv. Giovanna Iommelli – Associazione Giuristi del Golfo


LA FUNZIONE SOCIALE DELL’AVVOCATURA

Riferimento normativo: D.L 12/9/2014 sulla procedura di negoziazione assistita

Avv. Giuseppe Aulino – Associazione Giuristi del Golfo


LE REGOLE MORALI DELL’AVVOCATO ALFONSO MARIA DE LIGUORI

Diligenza, verità, fedeltà, giustizia

Avv. Angelo Pisani – Presidente VIII municipalità della città di Napoli

LA SCELTA

Abbandono dell’avvocatura o inizio di un nuovo tipo di difesa

Avv. Michele Gallozzi – già Presidente assemblea OUA (Organismo Unitario Avvocatura)

LA DIFESA DEGLI ULTIMI

Gratuito patrocinio e aspetti deontologici

Avv. Roberto Fiore – Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

Conclusioni:

Maestro Enzo Avitabile – Testimonianza sul territorio

Coordinatore:
Avv. Roberto Fiore – Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Napoli

IL CONSIGLIERE SEGRETARIO
AVV. ARMANDO ROSSI

IL PRESIDENTE
AVV. FRANCESCO CAIA

Comitato Scientifico: Giuseppina Campolo, Maurizio Castaldi, Mario Cianci, Claudia Cimato, Dario Cuomo, Luisa Errico, Giuseppe Dardo, Roberto Fiore,
Ferruccio Fiorito, Alessandro Gargiulo, Annunziata Perna, Paola Rosucci, Aniello Sansone, Sabrina Sifo, Pasquale Troncone.

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Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è disciplinato agli articoli 768 bis et ss. del codice civile (introdotti dalla legge n° 55/2006).

Con questo contratto, che viene redatto dal notaio nella forma di atto pubblico notarile, a pena di nullità (ex art. 768 ter, c.c.), l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, ed il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote ad uno o più discendenti.

Si tratta quindi di un contratto inter vivos, tipico, a forma solenne, consensuale con cui l’imprenditore può assicurare alla propria impresa una stabile destinazione a favore dei propri discendenti nella prospettiva di evitare crisi di gestione che potrebbero altrimenti derivare da eventuali dispute successorie.

La natura giuridica del patto di famiglia è molto discussa: secondo una parte della dottrina, costituirebbe una donazione modale avente ad oggetto l’azienda, o una sua parte, o le partecipazioni sociali, a favore di uno o più discendenti, accompagnato dall’onere di liquidare le quote dei legittimari non assegnatari.

Un’altra tesi dottrinale ritiene che si tratti di un negozio tipico avente causa propria che si sostanzierebbe nella volontà d regolamentare i futuri assetti successori dei legittimari in ordine all’azienda o alle partecipazioni sociali cedute.

La tesi preferibile è quella che attribuisce al patto di famiglia natura divisoria.

Altra parte della dottrina, non qualifica il patto di famiglia sulla base delle tradizionali categorie giuridiche ed afferma che si tratterebbe di un contratto particolare di natura complessa, in quanto avrebbe contemporaneamente una natura: divisoria, di liberalità e solutoria.

Secondo l’art.768 bis, il patto di famiglia può avere ad oggetto l’azienda o una parte di essa.

Per ramo d’azienda si intende il complesso degli elementi produttivi, organizzati dal disponente, al fine dell’esercizio di una determinata attività imprenditoriale, caratterizzato come un’entità dotata di autonoma e unitaria organizzazione, che conserva la propria fisionomia dopo il trasferimento.

L’art. 768 bis continua elencando come possibile bene oggetto del patto di famiglia, le partecipazioni societarie, nel rispetto però delle differenti tipologie societarie.

Vista la lettera dell’art. 768 quater, 1° co., c.c., secondo cui oltre il discendente beneficiario devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore.

In dottrina si è discusso sulla necessità o meno per questi soggetti di partecipare all’atto.

Una parte della dottrina ha accolto la tesi secondo cui il patto di famiglia costituisce un contratto plurilaterale, in cui la partecipazione di tutti i legittimari del disponente anche se non assegnatari ne costituisce un elemento costitutivo essenziale.

Un’altra parte della dottrina ritiene invece che il patto di famiglia costituisce un contratto bilaterale, di conseguenza ai fini della conclusione del contratto è richiesta la sola partecipazione del disponente e dell’assegnatario.

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Sono quindi soggetti del patto di famiglia oltre all’imprenditore disponente, l’assegnatario dell’azienda o delle partecipazioni sociali, il coniuge dell’imprenditore ed i suoi legittimari non assegnatari.

Restano esclusi dalla previsione legislativa, invece, i fratelli dell’imprenditore, il suo convivente more uxori, gli zii, i cugini, o altri parenti in quanto non legittimari.

A sostegno del doveroso intervento in atto di tutti i legittimari ci sono oltre alla lettera della disposizione, anche alcuni elementi di carattere sostanziale, come ad esempio il fatto che il patto di famiglia rappresenti un’importante deroga al divieto di patti successori.

La mancata presenza alla stipula del patto di uno o più soggetti indicati dall’art.768 quater, 1° co, c.c. comporta l’invalidità del patto stesso, per violazione di una norma imperativa.

In ogni caso il patto di famiglia, non può pregiudicare i diritti dei partecipanti all’impresa familiare ex art. 230 bis, c.c.

Da ciò ne deriva che non deve in ogni caso essere leso il diritto alla liquidazione per i legittimari non assegnatari del bene oggetto del patto di famiglia, ed il diritto di prelazione a favore dei familiari che prestano la loro attività all’interno dell’impresa familiare (art. 230 bis, 4° et 5° co., c.c.).

L’art-768 quater, 2° co, c.c., stabilisce che gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore delle quote previste dagli artt.536 et ss. del c.c.; i contraenti possono anche decidere che la liquidazione avvenga in tutto o in parte in natura.

Il procedimento di liquidazione delle quote di legittima dei legittimari non assegnatari si articola in tre fasi: in primo luogo, la determinazione del valore dell’azienda o del ramo di azienda, o delle partecipazioni sociali da trasferire; in secondo luogo la determinazione concreta della quota di liquidazione del valore delle quote previste dagli artt.536 et ss.; infine la liquidazione effettiva che può essere costituita da un pagamento in denaro o in natura, o da rinuncia o da altre vicende del rapporto obbligatorio.

L’obbligo di liquidare i legittimari sussiste solo a carico dell’assegnatario e non anche dell’eventuale avente causa del discendente che abbia ricevuto il bene produttivo oggetto del patto di famiglia prima che sia stato adempiuto l’obbligo di liquidazione a favore dei legittimari.

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Il quarto comma dello stesso articolo stabilisce poi che quanto è ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o a riduzione, ed è pacifico in dottrina che la disposizione si riferisce indifferentemente sia a quanto ricevuto dall’assegnatario, sia dagli altri legittimari non assegnatari.

Dunque i trasferimenti dei beni che avvengono attraverso il patto di famiglia non possono essere più aggrediti al momento dell’apertura della successione del disponente, dal legittimario partecipante al patto, che agisca in riduzione per far valere le sue ragioni.

In ogni caso, i legittimari hanno sempre la possibilità di esperire l’azione di riduzione sul restante patrimonio del de cuius.

Inoltre così come precisa la norma, i beni oggetto del patto di famiglia non sono soggetti all’obbligo di collazione ex art. 737, c.c., che si verifica in capo a determinati soggetti in caso di divisione ereditaria.

Bisogna tenere presente che la disciplina del patto di famiglia si pone come una deroga al divieto dei patti successori previsto all’art.458 c.c., consentendo una regolamentazione pattizia della successione relativa all’azienda o alle partecipazioni societarie di famiglia a favore di determinati soggetti al di fuori del testamento o delle regole della successione legittima.

Tuttavia non vi è nessuna deroga ai patti successori institutivi, in quanto il trasferimento dell’azienda o della partecipazione è immediato, e non rinviato alla morte dell’imprenditore, ed effettuato secondo la consistenza che il bene ha nel momento stesso del trasferimento a favore dei beneficiari determinati.

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Vi è probabilmente una deroga ai patti successori dispositivi e rinunciativi poiché i legittimari non assegnatari partecipanti all’atto, cui deve essere offerta la liquidazione della propria quota di legittima, possono accettarla o rinunziarvi, rendendo in ogni caso stabile e definitivo l’acquisto a favore del beneficiario del patto di famiglia.

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Legato in sostituzione di legittima

L’art. 551, c.c. regola l’istituto del legato sostitutivo della porzione legittima.

Ai sensi del primo comma di quest’articolo, se ad un legittimario è lasciato un legato in sostituzione della legittima, egli può rinunziare al legato chiedere la legittima.

Se il legittimario preferisce accettare il legato, questi non acquista la qualità di erede, e perde ogni diritto a chiedere un supplemento nel caso in cui il valore del legato sia inferiore a quello della legittima.

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Non occorrono forme particolari: è sufficiente che emerga chiaramente l’intento del testatore di soddisfare per intero in forza del legato i diritti di legittima spettanti al legittimario.

In poche parole, con il legato in sostituzione di legittima, il testatore produce l’effetto di escludere uno dei legittimari della successione.

Si tratta di una disposizione a titolo particolare sottoposto a condizione risolutivo- potestativa, nel senso che la disposizione perde di efficacia se il beneficiario vi rinuncia.

Il legato in sostituzione di legittima va distinto dal legato in conto di legittima, ex art. 552 c.c., ove quest’ultimo costituisce una disposizione a titolo particolare che il legittimario è chiamato ad imputare alla sua quota legittima.

Ciò premesso, il legittimario a favore del quale sia stato disposto il legato in sostituzione di legittima può scegliere di conseguire il legato: in questo caso il beneficiario sarà considerato meramente legatario e non erede, e perderà altresì il diritto di domandare l’integrazione del valore del legato qualora risultasse di valore inferiore rispetto alla quota di legittima.

L’accettazione del legato sostitutivo non è vincolata all’osservanza di speciali formalità e non può essere effettuata sia espressamente che tacitamente.

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La dottrina si è interrogata su alcune questioni, tra cui il quesito se al legato in sostituzione si debba o meno applicare il divieto di apporre pesi e condizioni così come disciplinato dall’art.549 c.c.

Una parte della dottrina risponde positivamente ritenendo che si debba garantire al legittimario la stessa tutela che avrebbe se accettasse un legato di riserva.

La dottrina prevalente invece ritiene che con il legato sostitutivo si attribuisce un legato, che seppure abbia lo stessi valore economico della legittima, a questa non può essere equiparata.

Di conseguenza non può trovare applicazione l’art. 549 c.c., che può applicarsi solo nel caso di eredità.

Un altro problema affrontato dalla dottrina riguarda il rapporto tra il legato in sostituzione di legittima e la successione legittima.

Nell’ipotesi in cui il de cuius non abbia disposto completamente del suo patrimonio e si ricorre ad aprire contestualmente anche una successione legittima, la dottrina si è interrogata circa il quesito se il legittimario dopo aver accettato il legato in sostituzione, avesse o meno diritto di acquistare la qualità di erede legittimo.

Una parte della dottrina, qualificando il legato in sostituzione come una diseredazione implicita, conclude negativamente, ritenendo escluso dalla successione legittima il beneficiario che ha accettato il legato in sostituzione.

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Altra parte della dottrina, invece, risponde positivamente, ritenendo che il legato sostitutivo non abbia un effetto diseredativo e privativo totale, ma limitatamente a quanto disposto.

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Clausola si sine liberis decesserit

Con la clausola <<si sine liberis decesserit>> si intende la nomina ad erede sotto condizione risolutiva che l’istituito muoia senza aver generato figli, con la contemporanea istituzione di altro soggetto sotto la condizione sospensiva del medesimo evento.

L’ammissibilità di una condizione strutturata in questo modo ha sollevato numerose contestazioni in dottrina, soprattutto a causa dei molti punti di contatto tra questa condizione e l’istituto della sostituzione fedecommissaria.

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L’articolo 692, 1° co., c.c. sancisce che ciascuno dei genitori o altri ascendenti in linea retta o il coniuge dell’interdetto possono istituire rispettivamente: il figlio, il discendente o il coniuge con l’obbligo di conservare e restituire alla sua morte i beni anche costituenti la legittima, a favore della persona o degli enti che, sotto la vigilanza del tutore, hanno avuto cura dell’interdetto medesimo.

Secondo una parte della dottrina questa clausola sarebbe nulla in quanto sostanzialmente riproducente il meccanismo vietato della sostituzione fedecommissaria (ex art. 692, ultimo comma, c.c.).

Un’altra parte della dottrina afferma la nullità della clausola, sia per il fatto che è contraria ad un principio di ordine pubblico (con riferimento alla libera circolazione dei beni), sia perché pur essendo strutturalmente diversa dalla sostituzione fedecommissaria, comunque perviene a risultati sostanzialmente identici.

Prevale però in dottrina, a seguito anche della più recente giurisprudenza della Cassazione (Cass. 23278/2013). L’idea che la clausola risolutiva si sine liberis decesserit sia valida in quanto distinta rispetto alla sostituzione fedecommissaria, e la peculiarità sta nella contemporanea chiamata di due soggetti, uno dei quali sotto condizione risolutiva retroattiva, e l’altro sotto condizione sospensiva, laddove nel fedecommesso vi è un ordine successivo e al primo istituito succede il secondo sostituito.

Ciò non esclude che la clausola si sine liberis decesserit possa essere impiegata per eludere il divieto del fedecommesso, in quel caso sarà da considerarsi nulla.

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Adempimenti successivi alla morte del de cuius

 A seguito della morte del de cuius, si procede immediatamente all’apertura della successione.

Aperta la successione è necessario che venga divulgato il contenuto del testamento per garantirne la conoscenza ad ogni interessato.

A sopperire a quest’esigenza, opera l’istituto della pubblicazione del testamento olografo, che è necessaria al fine dell’attuazione della volontà testamentaria e per far valere il testamento in giudizio.

Chiunque è in possesso di un testamento olografo deve presentarlo ad un notaio per la pubblicazione, appena ha notizia della morte del testatore.

Il notaio procede alla pubblicazione del testamento alla presenza dei testimoni, redigendo il verbale in forma di atto pubblico in cui poi descrive lo stato del testamento, ne riproduce il contenuto e fa menzione della sua apertura se è stato presentato chiuso con sigillo.

Il verbale viene sottoscritto dalla persona che ha presentato il testamento, dai testimoni e dal notaio.

A quest’atto vanno allegati: la carta su cui è scritto il testamento, vidimata in ciascun mezzo foglio dal notaio e dai testimoni, e l’estratto dell’atto di morte del testatore (ex art. 620, 3° co., c.c.). Nel caso in cui il testamento olografo sia stato preventivamente depositato dal testatore presso un notaio, la pubblicazione è eseguita dal notaio depositario. (ex art. 620. 4° co., c.c.).

Il notaio è tenuto alla pubblicazione anche nel caso di testamento invalido.

Avvenuta la pubblicazione, il testamento ha esecuzione ex art. 620, 5° co., c.c.

Il notaio deve poi trasmettere alla cancelleria del Tribunale, nella cui giurisdizione si è aperta la successione, la copia in carta libera del verbale di pubblicazione del testamento.

Il notaio a seguito della pubblicazione di un testamento olografo comunica l’esistenza del testamento agli eredi di cui conosce il domicilio o la residenza.

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Il notaio non ha l’obbligo di fare particolari ricerche se non conosce il domicilio o la residenza degli eredi o dei legatari.

La mancata comunicazione, nel caso di conoscenza del domicilio o residenza, può essere fonte di danno e quindi può esporre il notaio a responsabilità.

Sarà poi il giudice del merito a decidere se il notaio sia stato o meno abbastanza solerte.

Se con il testamento si sono disposte donazioni o lasciti in favori di enti, il notaio è obbligato a farne denunzia al prefetto entro trenta giorni dalla pubblicazione .

Il prefetto è autorizzato a promuovere gli atti conservativi che reputa necessari per l’esecuzione della disposizione sia nei confronti degli eredi, sia nei confronti dei terzi, ex art. 2, R.D. n. 318/1942.

La stessa procedura si applica nell’ipotesi di donazioni o lasciti in favore di una persona giuridica, ex art. 7 R. D. n. 318/1942.

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Diversa dalla pubblicazione del testamento è l’iscrizione nel Registro Generale dei Testamenti.

Il notaio ha l’obbligo di iscrivere i testamenti pubblici, segreti, speciali, olografi depositati presso di lui, o del verbale di pubblicazione del testamento olografo non depositato in questo apposito Registro tenuto presso il Ministero della Giustizia, Ufficio centrale degli Archivi Notarili.

La registrazione ha lo scopo di pubblicità notizia e serve anche a facilitare il renvenimento dell’atto testamentario dopo la morte del testatore.

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