L’improcedibilità della domanda di risarcimento dei danni a persona da incidente stradale nel caso di mancato invio del certificato di guarigione della persona lesa

Con un’importante decisione n° 5235/2020, emessa dal  Tribunale di Napoli in giudizio patrocinato dall’avv. Giuseppe Aulino, è stata affermata la procedibilità della domanda di risarcimento danni nei confronti del F.G.V.S. per i danni subiti da una persona lesa, nonostante non fosse stato inviato il certificato di guarigione.

Il Tribunale, riformando una sentenza emessa dal Giudice di Pace di Napoli, ha ritenuto che la decisione del Giudice di prime cure fosse errata per due profili.

Il primo, perché l’art. 287 D.Lgs. n. 209 del 2005, nel disciplinare la condizione di procedibilità, in relazione alla fattispecie di cui all’art. 283 co. 1, lett. a), si limita a richiedere che il danneggiato inoltri all’impresa designata ed alla CONSAP una richiesta di risarcimento del danno, senza, tuttavia, richiamare, quanto al contenuto della medesima, la previsione dettata dall’art. 148 del medesimo D.Lgs. n. 209 del 2005 con riguardo alle ipotesi di azione diretta del danneggiato ex art. 144 Cod. Ass..

Del resto, a conforto di quanto sostenuto, milita la differente entità dello spatium deliberandi, che, nell’ipotesi di azione contro il Fondo di garanzia, è di 60 giorni, mentre in caso di azione diretta del danneggiato contro l’impresa assicurativa del responsabile, ove sussistano lesione personali, è di 90 giorni.

La seconda ragione è costituita dal fatto che secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, la richiesta di risarcimento che la vittima di un sinistro stradale deve inviare all’assicuratore del responsabile, a pena di improponibilità della domanda giudiziale ex art. 145 cod. ass., è idonea a produrre il suo effetto in tutti i casi in cui contenga gli elementi necessari e sufficienti perché l’assicuratore possa accertare le responsabilità, stimare il danno e formulare l’offerta, essendo pertanto irrilevante, ai fini della proponibilità suddetta, la circostanza che la richiesta sia priva di uno o più dei contenuti previsti dall’art. 148 c.ass., qualora gli elementi mancanti siano superflui ai fini della formulazione dell’offerta risarcitoria da parte dell’assicuratore (cfr. Cass. n. 19354/2016).

Conseguentemente, la condizione di proponibilità della domanda deve ritenersi rispettata, in linea generale, ogni qualvolta il danneggiato presenti una richiesta risarcitoria contenente gli elementi essenziali volti a consentire da parte dell’assicuratore una valutazione della richiesta, secondo un giudizio da svolgersi non già -formalisticamente- ex ante, bensì ex post, alla luce del contegno di entrambe le parti da valutare ex fide bona.

Nel caso concreto all’esame del Tribunale di Napoli, poiché la parte danneggiata aveva inviato una richiesta di risarcimento contenente tutti gli elementi previsti dal decreto l.vo 209/05 e tale da consentire da parte dell’assicuratore una valutazione della richiesta: essendo descritte le circostanze di tempo e di luogo nonché la dinamica del sinistro, ed i danni lamentati mediante produzione di documentazione medica (certificato ospedaliero prime cure di Prono Soccorso) idonee alla loro descrizione. L’improponibilità della domanda va pertanto certamente esclusa, perché non può essere fatta discendere dalla semplice mancanza dell’attestazione medica che dimostri l’avvenuta guarigione, posto che tale mancanza non impedisce affatto all’assicuratore di adempiere ai suddetti obblighi di formulare l’offerta, eventualmente avvalendosi del potere di disporre gli accertamenti strettamente necessari alla valutazione del danno alle cose, o del danno alla persona, da parte dell’impresa (in tal senso, Trib. Napoli n. 2261/2019; Trib. Torre Annunziata n. 1563/2016; Trib. Torino n. 1717/2013). Ne deriva che, anche sulla base di un’interpretazione costituzionalmente orientata, oltre che letterale delle disposizioni normative sopra richiamate, l’improponibilità non poteva essere dichiarata anche per tale motivo.

Con tale decisione finalmente si ribadisce anche che la lettura del complesso normativo, che come sempre nella sua complessità pone dei problemi interpretativi, deve essere fatta nel senso di tutelare il diritto di difesa e non di limitarlo per una interpretazione rigida e formale del codice delle assicurazioni, secondo cui si dovrebbe attendere prima la certificazione di guarigione completa della persona lesa e poi azionare il diritto.

 

 

 

 

Le dichiarazioni rese dalla parte in sede di risposte anamnestiche nel referto di pronto soccorso pur costituendo una confessione stragiudiziale possono essere superata da altri elementi istruttori di senso contrario

Con una importante e innovativa decisione, il Tribunale di Napoli con la sentenza n° 5235/2020, patrocinato dall’avv. Giuseppe Aulino, ha affermato che le dichiarazioni anamnestiche rilasciate dalla parte lesa al Pronto Soccorso hanno valore fidefacente del fatto storico della avvenuta dichiarazione e non si estendono anche alla verità dei fatti dichiarati.

Il referto del Pronto Soccorso, ai sensi dell’art. 2700 c.c., fa piena prova del fatto dichiarato al medico di turno, non prova anche la veridicità e l’esattezza delle dichiarazioni rese, le quali pertanto, possono essere contrastate ed accertate con tutti i mezzi di prova consentiti dalla legge.

Ne consegue che sotto tale profilo il referto non è vincolante e il dichiarante ben potrebbe dimostrare di avere riferito ai sanitari circostanze non veritiere.

Le dichiarazioni e le risposte anamnestiche assumono pertanto la portata di confessione stragiudiziale fatta ad un terzo che, come noto, non ha valore di prova legale, come la confessione giudiziale o stragiudiziale fatta alla parte, e può, quindi, essere liberamente apprezzata dal giudice, a cui compete, con valutazione non sindacabile in cassazione se adeguatamente motivata, stabilire la portata della dichiarazione rispetto al diritto fatto valere in giudizio.

Sulla base di questo presupposto il Tribunale di Napoli, riformando una ingiusta decisione del Giudice di Pace di Napoli, ha ritenuto che quest’ultimo avesse omesso di valutare il materiale probatorio nella sua interezza, in particolare le dichiarazioni rese dai testimoni che portano a superare le dichiarazioni rese dalla parte al Pronto Soccorso.

La sentenza emessa dal Giudice di prime cure è stata riformata perché emessa sulla base di un assioma generale, senza invece procedere ad una valutazione complessiva del giudizio e di tutto il materiale probatorio.

In questo modo il Giudice onorario ha commesso un evidente errore, perché ha applicato una valutazione generale evitando il raffronto con il caso al suo esame.

Il Tribunale, invece, ha ritenuto che se l’esame delle dichiarazioni testimoniali consente di ricostruire la dinamica del sinistro in modo preciso sia in ordine alla responsabilità del conducente, sia in ordine alla impossibilità di identificare il veicolo investitore, si deve operare una diversa valutazione del contenuto delle dichiarazioni rese al P.S., considerando soprattutto che la loro portata confessoria sarebbe limitata alla omissione di alcuni segni grafici riportati sotto le voci incidente stradale, omissione di soccorso e omettendo pure di considerare il grado di consapevolezza avuta dalla parte al momento della resa dichiarazione.

Invece, deve essere tenuta in debita considerazione la circostanza che l’attrice giunse presso il Pronto Soccorso del nosocomio mediante il servizio Ambulanza 118, come risultava dal Verbale di Pronto Soccorso non trovandosi nelle condizioni di recarsi da sola, poiché nell’immediatezza del fatto presentava contusioni e la frattura apicale del malleolo tibiale ed era quindi alle prese con i dolori e gli effetti negativi della caduta subita piuttosto che preoccuparsi di procedere agli accertamenti relativi all’investimento subito.

Va pertanto ritenuto altamente probabile che la vittima si sia trovata in uno stato confusionale post-traumatico tale da non rendere dichiarazioni attendibili e rispondenti alla reale dinamica dei fatti.

Da ultimo il Tribunale ha ritenuto che tale valutazione era suffragata anche dalla denunzia querela presentata dalla danneggiata all’autorità di Polizia Giudiziaria, che pur non potendo portare alla invalidazione della confessione stragiudiziale ex art. 2735 c. 1 secondo alinea c.c., costituisce elemento di sicuro segno contrario alla portata della confessione stragiudiziale resa al terzo.