Il minore ed i rapporti con i parenti

Anche a seguito di crisi coniugali solitamente i figli riescono a mantenere regolari contatti con i parenti di entrambi i rami genitoriali.

I parenti ed in particolare i nonni, spesso svolgono importanti funzioni di supporto alla famiglia.

La giurisprudenza minorile, da tempo, aveva inquadrato nell’ambito delle condotte rilevanti ex art. 333 c.c., in quanto contrastanti con il corretto esercizio della potestà, i comportamenti di quei genitori che senza giustificato motivo avessero impedito o ostacolato i rapporti dei figli con i parenti, in particolare i nonni.

La giurisprudenza aveva così affermato che pur non essendo configurabile un diritto dei parenti ad una relazione con il minore, sarebbe stato interesse di quest’ultimo instaurare o mantenere quella relazione come fattore importante in un sereno sviluppo della personalità.

Oggi, alla luce del nuovo art. 315 bis, 2° co., introdotto con la legge n° 219/2012, sussiste un vero e proprio diritto soggettivo del minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti.

Il diritto di mantenere rapporti significativi con i parenti va letto alla luce nel nuovo art. 74, che estende il vincolo di parentela anche al caso in cui la filiazione è avvenuta fuori dal matrimonio. Tale diritto sussisteva già prima della riforma, come si poteva desumere dall’art. 155, 1° co., c.c. il quale prevedeva che in caso di separazione, divorzio, nullità del matrimonio, o cessazione della convivenza tra i genitori non coniugati, il figlio minore ha il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti, i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Il contenuto dell’art. 155, 1° co., c.c., è ora stato trasferito nell’art. 337 ter, 1° co.,

A proposito del diritto del figlio minore a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, questa disposizione affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata.

La disposizione non consente di ravvisare diritti relativi all’oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel giudizio di separazione che possano legittimare un intervento autonomo o litisconsortile dei nonni o altri familiari, ai sensi dell’art. 105, 1° co., c.p.c., ovvero un interesse degli stessi a sostenere le ragioni di una delle parti, idoneo a fondare un intervento ad adiuvandum, ai sensi dell’art. 105, 2° co., c.p.c.; pertanto gli ascendenti ed i parenti hanno solo la legittimazione a sollecitare un controllo, ex art. 336 c.c., sul corretto esercizio della potestà da parte del genitore che impedisce loro di frequentare il figlio.

Per cui i nonni sono legittimati a rivolgersi al tribunale per i minori chiedendo nei confronti dei genitori che impediscano loro di incontrare i nipoti, l’adozione di provvedimenti ex art. 333 c.c. che consentano l’instaurazione di un rapporto sereno ed equilibrato con i nipoti medesimi.

Un’altra norma che riprende l’argomento è l’art 317 bis, c.c. che è stato introdotto con la legge n° 219/2013.

Il nuovo testo della norma è rubricato <<rapporti con gli ascendenti>> e sancisce il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni.

Si evidenzia come il legislatore abbia riconosciuto agli ascendenti un vero e proprio diritto soggettivo al mantenimento dei rapporti con i nipoti, per cui non si tratta più di un semplice interesse che poteva trovare tutela in sede giudiziale solo se corrispondente all’interesse del minore.

Il secondo comma del nuovo art. 317 bis legittima espressamente l’ascendente al quale sia impedito l’esercizio del diritto di cui al primo comma a ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinchè siano adottati i provvedimenti più idonei nell’interesse esclusivo del minore stesso.

Il 3° co. dell’art. 315 bis riconosce il diritto del minore che abbia compiuto dodici anni, ed anche di età inferiore, ove capace di discernimento, ad essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Ciò a fronte delle sopravvenute importantissime Convenzioni di New York del 20 novembre 1989 ratificata con l. 176/1991 e di Strasburgo del 1996 ratificata con l. 77/2003; in esse si stabilisce da un lato il diritto del fanciullo, capace di discernimento, di esprimere liberamente la propria opinione su ciò che lo riguarda, e conseguentemente, gli si riconosce il diritto di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, dall’altro è previsto come obiettivo primario, la promozione dei diritti del fanciullo e l’agevolazione dell’esercizio dei medesimi.

L’ascolto del minore viene quindi concepito semplicemente come uno strumento attraverso cui è possibile esercitare il fondamentale diritto del minore di manifestare le sue opinioni sulle questioni che lo riguardano.

In linea di principio deve ritenersi che il minore abbia sempre il diritto di esprimere la sua opinione in merito alle questioni riguardanti la sua sfera personale o patrimoniale che si prestino ad essere qualificate come questioni di particolare importanza ex art. 316 c.c., o che si riferiscano ad atti di straordinaria amministrazione ex art. 320 c.c.

Naturalmente il minore deve essere informato preventivamente e compiutamente dai genitori in merito ai termini e alla natura della questione che lo riguarda, nonché in merito alle possibili ripercussioni delle diverse decisioni suscettibili di essere adottate per risolverla: la sua opinione, infatti, è tanto più meritevole di essere presa in considerazione quanto maggiore risultino il grado di colpevolezza e il bagaglio di informazioni su cui si sorregge.

Dunque l’ascolto del minore non dovrebbe rappresentare una facoltà per il giudice ma un vero e proprio obbligo come risulta sia dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo cui la mancata effettuazione dell’ascolto da parte del giudice costituisce violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo, ma anche dalla previsione normativa che assume carattere impositivo con riferimento all’ascolto, le cui modalità sono oggi disciplinate all’art. 336 bis c.c.

Questa norma è stata inserita dall’art. 53 del d. lgs. 154/2013.

Il primo comma esclude che l’autorità giudiziaria sia tenuta a procedere all’ascolto del minore tutte le volte in cui l’ascolto risulti contrastante con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.

Il giudice può decidere di condurre l’ascolto avvalendosi di esperti ed ausiliari quando, in ragione delle peculiari caratteristiche del caso concreto, la competenza tecnico giudiziaria del magistrato abbisogni di essere supportata da un’assistenza specialistica qualificata, rendendo indispensabile il ricorso a competenze specializzate.

L’ascolto del minore deve essere documentato attraverso la redazione di un apposito processo verbale in cui deve essere descritto il contegno del minore nonché il contenuto delle dichiarazioni del minore attraverso l’effettuazione di un’apposita registrazione audio- video.

La disposizione non dice nulla in merito al rilievo che le opinioni espresse del minore sono destinate ad avere ai fini dell’assunzione della decisione. E’ chiaro che il giudice non sarà comunque vincolato alle dichiarazioni del minore che anche in buona fede potrebbe essere portato ad esprimere valutazioni parziali per una o per l’altra parte.download

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