Trust e atto di destinazione: differenze o identità di effetti

L’introduzione nel nostro ordinamento dell’articolo 2645 ter con la l. 23 febbraio 2006 n. 51, ha determinato un crescente interesse sia giurisprudenziale che dottrinario sulla questione relativa al rapporto tra l’istituto dell’atto di destinazione ed il trust.

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L’art. 2645 ter disciplina l’atto di destinazione come un atto in forma pubblica con cui beni immobili o mobili registrati sono destinati per un periodo di tempo non superiore a novant’anni, o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amnistrazioni, o altri enti o persone fisiche ai sensi dell’art. 1322,2°co.,c.c..

La nozione di trust, invece, ci viene fornita dall’ art.2, l. 364/1989, secondo cui per trust si intendono i rapporti giuridici istituiti dal costituente, con atto inter vivos o mortis causa, qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee e nell’ interesse di un beneficiario, o per un fine specifico.

Trai primi provvedimenti giurisprudenziali che richiamano l’art. 2645 ter, citiamo il decreto emesso dal Tribunale di Genova il 14 Marzo 2006 con il quale per la prima volta è stato sostenuto che a seguito della entrata in vigore della Convenzione dell’Aja del 1985, che riconosce il trust interno, il trust è compatibile con l’ordinamento giuridico italiano.

L’art. 2645 ter c.c., configura un istituto frutto di autonomia privata, conformemente all’articolo 1322, 2° co., c.c., riferibile al trust e, conferma la compatibilità del trust con l’ordinamento italiano se diretto a perseguire interessi meritevoli di tutela.

La successiva pronuncia del Tribunale di Trieste con il decreto del 7 aprile 2006, sostiene invece che l’art. 2645 ter ha introdotto nel nostro ordinamento solo un particolare tipo di effetto negoziale, quello di destinazione, accessorio rispetto agli altri effetti di un negozio tipico o atipico cui può accompagnarsi, e non un nuovo atto ad effetti reali.

Non c’è infatti nesun indizio da cui desumere che sia stata coniata una nuova figura negoziale, di cui non si sa neanche se sia unilaterale o bilaterale, a titolo oneroso o gratuito, ad effetti traslativi o obbligatori.

Tale orientamento giurisprudenziale è confermato dalle successive pronunce del Tribunale di Reggio Emilia del 23 Marzo 2007, e del 14 Maggio 2007 e del Tribunale di Trieste del 19 settembre 2007 con le quali si riconosce che l’ atto di destinazione introdotto dall’articolo 2645 ter è atto di effetti meritevoli di tutela riconosciute nell’ottica della tutela più ampia dell’autonomia contrattuale, sostenendo che l’art. 2645 ter, c.c. ha consentito la trascrivibilità e l’opponibilità a terzi di atti, anche atipici che imprimono su un certo bene un vincolo di destinazione volto a realizzare interessi meritevoli di tutela.

Le più recenti pronunce costituite dalla sentenza del Tribunale di Brindisi del 28 Marzo 2011, da Tribunale di Napoli decreto V.G. del 07/03/2012, da Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Ordinanza del 20/03/2012 e da Tribunale di Reggio Emilia Decreto del 07/06/2012 hanno affrontato più di recente ed in modo più approfondito la questione delle differenze o delle analogie tra i due Istituti.

L’Istituto del trust è stato introdotto nel nostro ordinamento giuridico quale strumento di segregazione del patrimonio e di parte dei beni del patrimonio di un soggetto (cd. settlor) posti sotto il controllo ed affidati ad un terzo (cd. trustee).

Si tratta essenzialmente di un negozio mediante il quale il disponente pone dei beni sotto la gestione ed il controllo di un trustee nell’interesse del beneficiario, per la sua validità è richiesta la forma scritta ed il suo effetto è quello di operare una segregazione dei beni patrimoniali conferiti rispetto al patrimonio del disponente.

Con la sentenza emessa dal Tribunale di Brindisi e poi anche nello stesso senso, dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è sostenuto che si escludono delle differenze marginali tra i due istituti, costituite dalla limitazione dell’atto di destinazione previsto dall’articolo 2645 ter ai soli beni immobili e mobili registrati, non prevista per il trust, e la possibilità che nel trust siano nominati uno o più guardiani, figura questa non prevista, ma neanche vietata, per l’atto di destinazione, per il resto i due istituti tendono a coincidere quanto ai loro tratti salienti.

Tale affermazione non può più escludere il riconoscimento del trust interno.

Infatti, l’uno e l’altro istituto sono riconosciuti espressamente, sono diretti alla segregazione patrimoniale dei beni, non costituiscono un autonomo soggetto giuridico, sono consentiti dalla deroga patrimoniale prevista dal secondo comma dell’articolo 2740 c.c.

Più in particolare l’istituto ex articolo 2645 c.c. consente ad un soggetto di spogliarsi di uno o più beni non diversamente da quanto accade al settlor nell’ambito del trust.

Inoltre ex art. 2645 ter c.c. il disponente attribuisce la proprietà dei beni determinati non diversamente da quanto fa il settlor nei confronti del trustee.

Infine, la destinazione è vincolata dal disponente a fini determinati e socialmente utili allo stesso modo in cui il settlor vincola i beni alla realizzazione di un fine determinato, che necessariamente non sia in contrasto con i fini imposti dall’ordinamento.

Pertanto, con tale norma ha avuto ingresso nel nostro ordinamento l’Istituto del Trust interno.

Da diverso avviso invece è stato il Tribunale di Reggio Emilia che, con il Decreto del 07 Giugno 2012, ha ritenuto che i due istituti sono diversi per essenza, disciplina, funzione, e causa.

Infatti, secondo il Tribunale di Reggio Emilia la natura del trust risiede nell’affidamento, mentre nel vincolo si trova nella destinazione dei beni; la disciplina del vincolo non determina a carico del conferitario, che lo stesso assuma delle obbligazioni rispetto ai beneficiari (in quanto il soddisfacimento di questi è causato dai beni conferiti e non dalle attività gestorie svolte dal mandatario, nel trust invece il trustee deve adoperarsi per il raggiungimento della finalità o dello scopo non potendo restare inerte rispetto agli interessi dei beneficiari).

Diversa è la funzione in quanto il vincolo di destinazione d’uso costituito dall’articolo 2645 ter introduce un tipo di effetto negoziale e non un negozio traslativo atipico.

Allo stesso modo sono diverse la causa e la valutazione della medesima, così com’ è diverso l’effetto del conferimento in quanto l’attribuzione al trustee non è mai definitiva ed è anzi strumentale all’esercizio del compito affidato, mentre il conferimento disciplinato dall’articolo 2645 ter determina una assegnazione definitiva.

Questa pronuncia così drastica ha indotto le parti a rinunciare al trust; il procedimento si è dunque concluso con l’ archiviazione in data 16 ottobre 2012.

Tale orientamento però non è condivisibile perché con una evidente forzatura logica propone differenze tra il trust ed il trust interno che invece non esistono.

Infatti, l’articolo 2645 ter introduce il vincolo di destinazione di uso di beni immobili o mobili registrati affidando gli stessi al conferente per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela.

In questo modo l’essenza del vincolo risiede nell’affidamento di beni con obbligo per il conferitario di perseguire l’interesse per il quale i beni sono stati conferiti, interesse che è realizzato concretamente attraverso un negozio traslativo (altrimenti non sarebbe necessaria la trascrizione).

Infine, sia nel trust che nel vincolo di destinazione l’affidamento è vincolato strumentalmente al compito affidato e non determina una assegnazione definitiva (ex art. 2645 ter, c.c.: “per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita del beneficiario”).

Si può pertanto, concludere, ritenendo l’atto di destinazione/ trust interno di diritto italiano, idoneo a realizzare a titolo oneroso o gratuito, inter vivos o mortis causa la segregazione patrimoniale, una realtà del nostro ordinamento, con l’auspicio che anche la giurisprudenza segna all’unisono le indicazioni e l’orientamento manifestato dal Tribunale di Brindisi e dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere richiamato in precedenza.

Nota Giurisprudenziale.

  1. Tribunale di Genova, Decreto, 14 marzo 2006, in Nuova giur. comm., 2006.

  2. Tribunale di Trieste, Decreto, 7 aprile 2006, in Nuova giur. comm., 2007.

  3. Tribunale Reggio Emilia, Sez.I Civ., Decreto, 26 marzo 2007, in Guida al dir., 2007, fasc.18,58.

  4. Tribunale Reggio Emilia, 14 maggio 2007, in www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/1131/php

  5. Tribunale di Trieste, Decreto, 19 settembre 2007, in Nuova giur. comm., 2008.

  6. Tribunale Brindisi, Sez.I Civ., 28 marzo 2011, in http://www.dejure.giuffrè.it.

  7. Tribunale Napoli, Uff. Vol. Giur., Decreto, 7 marzo 2012.

  8. Tribunale Santa Maria Capua a Vetere, Ordinanza, 20 marzo 2012.

  9. Tribunale Reggio Emilia, Sez. I Civ., Decreto, 7 giugno 2012, in www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/7364.php

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