Le parole della Costituzione: tra uguaglianza, libertà e solidarietà

Invocando i tre valori costituzionali: uguaglianza, libertà e solidarietà, ci rendiamo conto che oggi non esiste una società perfettamente libera, uguale e solidale.

Ci si è chiesti: a cosa serve la Costituzione? Che ruolo hanno le parole della Costituzione?

Tutto il diritto è intessuto di parole: anche le Convenzioni e gli usi che sono descritti attraverso le risorse del linguaggio.

Esiste un eterno gioco tra componente formale e sostanziale dell’esperienza giuridica; la forma assicura un’evidenza oggettiva agli interessi giuridicamente rilevanti, e la sostanza collega il diritto alla realtà. Ogni squilibrio a favore dell’uno o dell’altro si paga con il sacrificio del valore sociale.

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Secondo l’articolo 12 delle disposizioni preliminari al codice civile, interpretare vuol dire attribuire un significato alle parole secondo la connessione di esse.

Il significante è il contesto: la congiunzione di più parole da cui deriva un senso, o almeno una sorta di senso.

Il primato dell’interpretazione letterale reclama un doppio impegno: per l’interprete che deve opporsi all’interpretazione come strumento di lotta politica: la produzione del diritto è anteriore all’interpretazione per cui questa non può trasformarsi nella continuazione della politica; dall’altra parte ha un impegno per il legislatore.

Cosa si intende per interpretazione letterale del diritto? Di solito si segue alla lettera il dictum dell’articolo 12, in realtà lo stesso deve essere interpretato.

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Ogni interprete è sempre sorretto da un’aspettativa di senso quando va ad indagare un testo normativo, e si pone in una prospettiva ordinamentale, segnata da principi che regolano la materia.

Ma questa cognizione contraddice la priorità dell’interpretazione letterale.

Infatti, da un lato i principi generali del diritto pur essendo caratterizzati da un’eccedenza di contenuto normativo rispetto ai singoli enunciati del legislatore devono esibire un qualche fondamento testuale, per il motivo che non possono mai esistere norme orfane di disposizioni che le esprimono.

Dall’altro se è vero che l’interprete subisce l’influenza della tradizione in cui scrive il suo operato, a tale tradizione non rimane escluso l’atto normativo che lo esamina.

Lo spazio dell’interpretazione letterale può apparire inerte solo dove l’interpretazione venga concepita in modo rigido, quando l’analisi linguistica sia considerata alla stregua dell’interpretazione restrittiva, fondata prevalentemente sull’argomento a contrario e ostile a qualunque espansione dell’area semantica dei diversi enunciati normativi.

In realtà sotto l’apparente fissità dell’espressione scritta si cela una continua trasposizione di significato che coinvolge le stesse parole della legge, perché:

  1. ogni singolo vocabolo subisce fatalmente una qualche variazione semantica, trasferendosi dal linguaggio del legislatore a quello dell’interprete;

  2. anche ove rimanesse immobile l’uso delle parole, prima o poi mutano i contesti;

  3. l’analisi linguistica dei testi normativi si iscrive in un orizzonte aperto perché lascia spazio in conclusione ad esiti più vari.

Per cui, il campo su cui opera l’interprete è largo ma finito, essendo delimitato dalle parole della legge, e un eco di questa speciale posizione si rintraccia tra le righe della costituzione.

L’articolo 54 della Costituzione sancisce che tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

C’è chi lo interpreta come una cerniera dei doveri costituzionali. In molti, invece, gli negano qualunque autonomia.

La costituzione va sempre interpretata al meglio delle sue capacità estensive. In questo caso questo procedimento passa attraverso due distinzioni e con l’impiego di due diverse categorie concettuali, le regole ed i principi, con la differenza che alle prime si ubbidisce, ai secondi si aderisce.

Si parla dell’osservanza ex articolo 54, come un dovere di obbedienza alle leggi e alla costituzione.

L’obbedienza è l’obbligo di rispettare il dettato del legislatore, evitando di distorcerlo attraverso l’uso di tecniche dell’interpretazione.

L’articolo 54 poi differisce l’osservanza della costituzione, dall’osservanza delle leggi. E’ quindi utile distinguere le due categorie: attuazione e applicazione del diritto, e poi rapportarle entrambe all’esercizio della funzione legislativa.

Il dovere di osservanza si atteggia in modo diverso a seconda del suo oggetto e dell’organo cui va di volta in volta riferito: 1) per gli organi legislativi e il giudice costituzionale: l’osservanza verso le leggi ha un valore relativo e vige soprattutto il dovere di osservanza alla costituzione.

2) Per gli organi giudiziari e per l’apparato esecutivo, in primo piano c’è l’applicazione del diritto per cui esiste un dovere di osservanza alla Costituzione e alle leggi.

In definitiva dall’articolo 54 se ne deduce un primato dell’interpretazione letterale rispetto a tutte le altre tecniche ermeneutiche: il dovere di obbedienza come il limite all’eccessiva libertà dell’interprete verso il testo normativo.

Nasce da questo bisogno di certezza, l’aspirazione verso la chiarezza del diritto.

Nel 1700 si riteneva che la legge fosse autoevidente, tanto che il ruolo dei giudici, era di mera bocca della legge.

In realtà la chiarezza assoluta non esiste in questo mondo o nel mondo del diritto.

Il diritto è una scienza pratica che serve a risolvere casi concreti, dubbi che non hanno a che fare con la metafisica ma con i rapporti quotidiani.

La meta del diritto è la certezza, anche se questa appare irraggiungibile, visto che le parole sono un numero finito in un numero infinito di casi della vita.

L’indeterminatezza è inevitabile nelle parole del diritto, però ne favorisce la durata.

I costituzionalisti chiamano le capacità della Costituzione di vivere nelle diverse stagioni della storia senza problemi, elasticità- Eppure l’elasticità dipende a sua volta dal linguaggio della stessa, dalle parole scelte dai costituenti ed è in questa scelta che si misura la loro specifica virtù e saggezza.

La parola della Costituzione deve potersi stirare o restringere accompagnando le stagioni della storia. In questo senso la parola della Costituzione è sempre generale.

L‘interpretazione alle parole della Costituzione è possibile perché la Costituzione italiana adotta un linguaggio generale e non definizioni vincolanti del tipo casistico o analitico come in un atto notarile.

I costituenti nel 1946-1947 ebbero una grande cura delle parole, e in questo senso furono virtuosi. Il risultato è che la costituzione italiana offre un esempio anche di stile letterario in termini di sobrietà, di proprietà lessicale, e di eleganza.

Ci si è chiesti che rapporti esistono tra il diritto e la prassi, e probabilmente la risposta alla domanda è che la prassi denota ogni materiale storico che ambisca a diventare normativo.

In che misura la prassi può incorporarsi nella norma?

La prassi però può incorporarsi in una norma sempre nel limite dalle tecniche linguistiche con cui vengono confezionati i diversi documenti costituzionali. Infatti è ovvio che l’uso di concetti aperti o indeterminati, legittimano l’integrazione del testo con i materiali proposti dalla storia; se invece si usa un linguaggio analitico, si va ad esaltare la funzione immediatamente prescrittiva.

Da qui deriva la distinzione tra Costituzioni aperte e chiuse.

L’intensità dell’atto nonché la sua forza non è risultante dal luogo che occupa nella scala delle fonti ma piuttosto dal suo conio linguistico.

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